Collezionisti di metallo – tossici da scaffale, spacciatori di plastica

C’è chi sniffa, chi scommette, chi gioca d’azzardo. E poi ci sono loro: i collezionisti compulsivi di heavy metal in formato CD e vinile, i tossici della prima stampa, i discepoli della tiratura limitata a 200 copie su vinile verde acido che, attenzione , “suona meglio” perché stampata in un garage svedese alle tre del mattino da un ex-batterista calvo col tunnel carpale. Li riconosci subito: sguardo spento, dita sporche di inchiostro da tracklist, la bava alla bocca quando annusano l’odore di vinile nuovo. Non ascoltano più un cazzo, non hanno tempo: devono catalogare. Devono fotografare ogni acquisto e postarlo online per ricevere l’applauso di altri malati come loro: un branco di tossici che si batte il petto perché “ha trovato la stampa bulgara del ’94 con l’etichetta sbagliata”. Complimenti, campione: hai speso 300 euro per un errore tipografico da 0,002 centesimi di inchiostro.

Qualcuno mi diceva: il vero metallaro? Va sotto palco, si spacca la cervicale, beve birra pisciosa e torna a casa senza voce. Il vero fan ascolta. Il collezionista patologico accumula. La sua stanza non è un tempio del metal, è un deposito di Amazon con le tende nere. Apri un armadio e rischi la morte per schiacciamento da vinili 180 grammi. E guai a toccare qualcosa: sono capaci di ricordarsi se hai sfiorato con l’indice il bordo del jewel case di un demo norvegese del ’92. Non è una stanza: è un sarcofago di cartone. Manco la stanzetta sborrata delle seghe, non c’è tempo. È la sindrome da Metal Shopaholic: l’arte di riempire i buchi in scaffale, invece che quelli vaginali.

Il neofita: compra la ristampa standard.
Lo sfigato avanzato: vuole il vinile colorato.
Il terminale: cerca il test pressing “firmato col sangue mestruale della batterista morta in un incidente agricolo di mototrebbie nel ’97”.

A quel punto non c’è più cura. Solo il ricovero coatto. E guai a dirgli la verità: che non sono appassionati, ma accumulatori seriali, borderline con la sindrome di Diogene in versione metallara. Non vivono la musica, la imbalsamano. Non sono fan: sono becchini del rock, archivisti ossessivi che trasformano l’urlo del metal in un inventario da dogana.

Li senti parlare e sembra di stare in un centro di spaccio:
– “Hai l’edizione giapponese con obi strip?”
– “No, ma ho il box limitato a 13 copie, dentro c’è un capello non lavato del chitarrista con la piorrea.”
– “Fratello, dammi la tua copia, ti do 200 euro e due promo polacchi di post black polka funk doom mai usciti.”

Ma alla fine della giostra, sapete come li trovi? Seduti nel buio, nudi o in canottiera, circondati da scaffali dell’Ikea fino al soffitto, a fissare pile di dischi che non ascolteranno mai. Hanno venduto la vita sociale, i rapporti umani, persino il divano, per dare più spazio ai vinili. E mentre il mondo gira, loro restano lì, fermi, con l’unica certezza di avere la stampa uruguaiana del demo di una band sciolta dopo tre prove in garage, che era stato pignorato dallo Stato.

Altro che passione: questa è necrofilia musicale. È culto delle ceneri. È la trasformazione della musica in francobollo. La verità? Non sono più metallari. Sono tossici in astinenza, condannati a ordinare su Discogs alle quattro di mattina, con la carta di credito fumante. Quando moriranno, i parenti non piangeranno: chiameranno direttamente un rigattiere con il camion. E sul manifesto funebre ci sarà scritto:
“Qui giace un uomo che aveva 10.000 vinili, ma non ha mai avuto tempo di ascoltarne uno intero. Cercasi prima stampa indonesiana dei Cataculo Tonante”