Torque – Thrashine Head

Per loro (i giornalisti inglesi di Kerrang), oggi, il metal è punk, è alternative, è psichedelia o addirittura rap… ma siamo impazziti? Il METAL è METAL, può essere un po’ commerciale o di meno, più veloce o lento… ma è e deve rimanere metal: ha uno stile, ha delle regole, ha degli stereotipi, è metal. Diciamocelo: le contaminazioni stanno ammazzando il metal, fra meno di un anno e mezzo, di questo passo, giornali come questo non avranno più alcun senso!

Questa simpatica tirata di Stefano Pera su un vecchio numero di Metal Hammer del 1996, rappresenta bene il terrore di molti metallari negli anni 90 e il trauma da cui oggi i più oltranzisti pare non siano guariti; ovvero la paura che a forza di mischiare il genere e cianciare di evoluzione, il metal svanisse nel nulla e di conseguenza anche quello che al tempo era a tutti gli effetti l’impiego di Pera, il suo vero lavoro di giornalista martellante, si estinguesse di conseguenza.

Phil Demmel invece in quel periodo, così come già da molti anni, faceva il carpentiere. Si alzava tutte le mattine alle cinque e andava a lavorare. Non si preoccupava che all’improvviso nessuno volesse più una casa, ma si domandava se davvero il mondo non chiedesse ancora del buon thrash.

Guadagnava bene, era innamorato, fresco sposo, appassionato di golf e di snowboard a cui dedicava buona parte del suo tempo libero. Però gli mancava il metal, certo. Non era una vita perfetta senza quello e così aveva fondato i Torque con alcuni ex membri dell’ultima formazione dei Vio-lence. Recuperò tre di loro e tre canzoni inedite rimaste nel cassetto da quei giorni.

Non è che i Torque ottennero chissà quanta attenzione. Un paio di etichette americane li rifiutarono perché non erano abbastanza commerciali e dovettero accontentarsi dell’olandese Mascot per ripartire con un nuovo album e tutto il resto. Non a caso si esibirono al Dynamo e credo sia stato lì che Pera e la Fabi intervistarono Demmel, trovandolo di buon umore e abbastanza fiducioso, anche per via dell’accoglienza generosa del pubblico olandese verso i Torque.

Rispetto ad altri gruppi più trend che faticarono a ricavarsi un trafiletto su Metal Shock e Metal Hammer, la band di Demmel ricavò una bella paginetta su entrambe le riviste.

Phil in quanto compositore principale, chitarrista e cantante, era ovviamente il portavoce del progetto, presentato dai giornalisti come “la nuova incarnazione dei Vio-lence”.

Sia chiaro, nel 1996, il metallaro medio non sapeva molto dei trascorsi di Robb Flynn. C’erano i Machine Head e basta, sulla bocca di tutti.

Ovvio quindi che per lanciare i Torque, Phil puntò più sul legame con Flynn nei Vio-lence, definiti su Metal Hammer come “il gruppo più sfigato della Bay Area”.

E oltre a questo, c’era la tiritera del “ritorno del thrash”, con un bel punto di domanda.

Sia per i Torque che i Wiplash o gli Overkill, tutti recuperati nel 1996 con nuove uscite, si parlò di una rinascita del genere, alla faccia dello stra-dominio di Machine Head e Pantera, epigoni ingrati.

Il buffo era che quattro anni prima, sia Metal Hammer che Metal Shock avevano pubblicato articoli “inchiesta” in cui decretavano “la morte del thrash”. E tutto, nel giro di quattro anni che il pubblico italiano aveva passato sprofondato in un letargo ai bordi del mondo, pensando che le cose fossero ancora come nel 1990.

Ma era davvero thrash, quello dei Torque o degli Overkill di The Killing Kind?

Una specie.

Sì, i due gruppi si riempivano la bocca e sbandieravano il proprio retaggio, però poi, andando a sentire i nuovi lavori…

E anche i giornalisti e recensori caddero vittime di una certa confusione in sede di analisi e giudizio.

Prendete il disco omonimo dei Torque.

Dall’intervista a Demmel, il gruppo sembrava determinato a guardare in faccia il passato e rigurgitare la stessa grammatica stilistica, ma oltre al giudizio, mediamente piuttosto modesto da parte di tutti, non si capiva una ceppa di come suonasse ‘sto disco.

Francesca Fabi su Metal Shock sentenziò che era “il più puro Bay Area Style”, specificando cosa intendeva con questa definizione: “inconfondibili riff duri e travolgenti, muro di suoni e i caratteristici interventi corali da guerriglia urbana”.

Roberto Bianchi di Metal Hammer invece scrisse: “Chi si aspettava un ritorno al sound assassino di Eternal Nightmare rimarrà deluso” e poi aggiunse una descrizione del disco dei Torque non tanto dissimile da quella di Francesca Fabi: ” i nuovi pezzi vengono spesso costruiti su granitici riffs di chitarra, stoppati e rallentati” 

Capite: granitici riff di chitarra vs. muro di suoni. Qual è la differenza? Il muro e il granito sono figurativamente la stessa cosa in una recensione metal, no?

La Fabi, coerente con la definizione data all’album di “puro Bay Area Style” concludeva che “il problema è proprio questo, l’approccio sonoro dei Torque è troppo ancorato a una certa tradizione. Il limite è forse una questione di coerenza portata alle estreme conseguenze”.

Quindi il problema era che è un disco troppo vecchio thrash, giusto?

Non per Roberto Bianchi, il quale la pensava in tutt’altro modo: “Non è il ritorno a Eternal Nightmare, anzi. Come la maggior parte delle band estreme nate negli ultimi due anni, il modello a cui si ispirano i Torque è l’ormai classico binomio PANTERA/MACHINE HEAD”. E conclude che per lui il problema di questo disco, troppo poco thrash e molto nu-thrash, è che: “non ha quel quid che permetta di distinguerlo da una marea di altri nomi aggregati alla moda del momento”.

La confusione però non fu solo dei recensori. Anche Phil Demmel non aveva proprio chiaro in testa cosa stesse professando con i Torque. Nell’intervista a Pera parlò con autorevolezza e una buona dose di rabbia di come il vecchio thrash fosse stato estromesso dal mercato alla faccia del pubblico e che era ora di ritornare a suonar thrash senza esitazione: “Sai, il genere non andò mai al di là di una fase centrale della sua evoluzione, dove in fondo si fermò. Il thrash non fu sviluppato del tutto, non ce ne fu il tempo. Le band si sciolsero, i contratti vennero annullati e se vogliamo la sua eredità fu depredata… ognuno prese un po’ quello che gli faceva comodo, chi i suoni delle chitarre, chi i tempi di batteria, chi questo e chi quello”.

Il finale con l’immagine del thrash smembrato dai vari nuovi grupponi in giro è suggestiva e ne faccio tesoro, ma il resto delle dichiarazioni di Phil miravano soprattutto a prendere le distanze dai Machine Head.

“Molti paragonano i Torque ai Machine Head e la cosa è lusinghiera e frustrante allo stesso tempo. Io li adoro ma non credo che si possa dire che noi e loro facciamo cose simili. No?”

Dopo anni sempre Phil Demmel in un’intervista a un sito bulgaro chiamato Tangra Mega Rock, liquidò i Torque, durati il tempo di un album e poi archiviati così per passare ad altro: “Dopo essermi sposato, ho iniziato a suonare con band locali, come i TORQUE , che erano fondamentalmente una band “wannabe MACHINE HEAD”.

Io li chiamerei Thrashine Head.

E in fondo è la definizione migliore. L’album non ha particolari guizzi, a parte la copertina e il brano Nothing, su un uomo che picchia la moglie e che Demmel canta con un approccio vocale in stile Hetfield.

Il resto delle canzoni si dimenticano subito. Sono davvero a metà tra i Pantera di Cowboys e Far Beyond Driven e i primi Machine Head. Solo Forgotten, che è piazzata molto giù nella scaletta, ha il tiro e la virulenza del vecchio thrash di cui tanto si era detto.

Se i Torque invece di preoccuparsi della resurrezione di un intero genere o di somigliare ai Machine Head avessero onestamente realizzato la musica che avevano nel cuore, probabilmente sarebbe uscita qualcosa di più intrigante, perché ci sono dei momenti buoni in Torque, qui e là, come il thrash-core di Will Of Stone, per esempio, il cui ritornello renderebbe bene da cantare ubriachi dopo l’ennesimo licenziamento.