Fu verso l’inizio del 2008 che mi riaffacciai sul panorama musicale dopo dieci anni di autoesilio. I miei figli mi convinsero che c’erano cose buone da ascoltare fra il 1998 e il 2007 e siccome gli ho insegnato sempre di non tralasciare mai una possibilità, dovetti per coerenza accontentarli. Pensavo fosse andata molto peggio: in quei dieci anni m’ero tenuto così lontano dal mercato che riapprocciarmi a esso fu traumatico. Mi rimisi al lavoro con interesse e notai l’esplosione megatonica del Doom.
La sua prima esplosione, più convenzionale, negli anni 1990 aveva prodotto tanto cose pregevoli come schifezze e all’inizio pensai che l’effetto poteva amplificarsi… con le dovute produzioni. Fu un doppio trauma: la proliferazione di gruppi era incontrollata dalle persone e controllata dall’industria con lo stesso metodo con cui sono gestite criminalmente: precarietà, sottoccupazione e disoccupazione come armi di ricatto.
La frase vigliacca “c’è la fila” o l’immondezzaio di “nessuno è indispensabile” sono articoli di legge nell’industria musicale assieme alla tendenza a banalizzare e mercificare.
Nel mare annacquato e senza sale, le multinazionali possono imporre i propri infantili e crudeli capricci. Capii quindi che la situazione non era come a inizio anni 1990, quando esisteva una valanga di gruppi fotocopia e al suo interno una slavina di musicisti validi: la proporzione era sfuggita al controllo della ragione costruttiva.
Da allora per ogni gruppo valido ci sono stati circa un centinaio di superflui progetti che esistono in virtù di tre possibilità tecniche: condivisione brani, abbassamento costi e qualità di registrazione, la piaga dei social.
Mancanza d’originalità e coraggio sono legge fra i gruppi a cui non si chiedono ardite fusioni di stili lontani (tipo Black e Salsa o AOR e Fado) ma oneste produzioni con brani che non sappiano di già sentito o allucinati ponti senza fondamenta.
Prendete il caso di Bill Fisher dei Church of the cosmic skull: oltre alla carriera col gruppo ne ha una solista in cui fa variazioni sul tema del suo progetto principale.
L’ultimo disco, How to think like a billionaire conferma la linea inconcludente di mischiare Soft rock e Doom Metal con richiami a ELO, BOC e Alan Parsons. Bello in teoria, in pratica è insapore, cosa dolorosa viste le premesse. Ma Fisher in confronto a ciò che vi esporrò è un onesto artigiano.
La piaga di auto-replicazione-auto-emulazione-auto-fagocitazione ha raggiunto proprio nel doom elementi esilaranti, con una connotazione rivelatrice nel nell’uso dei nomi: si imitano a vicenda come imitano la musica; una perfetta confusione per eliminare ogni originalità.
Le tematiche sono così tante che ho preso solo alcuni campi.
Partiamo con l’ossessione per il pianeta del tempo che viene suonato con lentezza e senza molte variazioni: ciò è qualcosa di concreto per gruppi come Saturnalia temple (più tradizionali) e gli Stoner High priest of… o i Mount of….
Invece i Rings of (non mi dire…) Saturn fanno un Death progressivo con intrusioni -core e trap, ovvero per la serie “famolo strano” ma brutto, al loro confronto un gruppo mediocre come i Textures è geniale.
Nella piaga ignobile che è la pantomima dell’Heavy psych (qualcuno glielo dice a questi ragazzi che i loro eroi del 1969 avrebbero tutti voluto suoni diversi da quelli che i loro tardi epigoni credono siano i campi Elisi?) mischiato con lo Stoner e perciò fingendosi Space rock, s’inseriscono i più orginali del lotto, come nome: i Saturna.
Nella palma di parole abusate abbiamo Witch, che dopo l’ondata degli anni 1980 oggi vive nuovi fasti: oscillanti dal 2008 fra Doomdeath, Stoner e Sludge, gli Acid witch ci annoiano dal 2008 mentre i Messicani Witch spell fanno un Heavy così banale da far passare i Mad Max per i nuovi Helloisee e i Witch vomit sono Death e i meno peggio.
Altra baracconata è quella dei nomi bizzarri come i Pigs pigs pigs pigs pigs pigs pigs o gli UUBBURRUU, neanche riferisco l’area musicale di provenienza, l’avrete compresa.
Ma è la parola wizard a essere il nadir di questa rassegna: se per decenni era appartenuta a un certo immaginario che scavallava fra Hard epico, Heavy e Power, la congerie stoner-psych dai tempi degli Electric wizard (non mi piacciono ma sono bravi nel loro genere) ha optato in massa per questo sostantivo.
Logicamente in campo Doom ci sono i The wizards, poi a santificare il tutto i Wizard cult, quindi abbiamo le originali varianti semantiche di The wizar’d e Wizzerd (ma questi fanno Stoner).
Premio all’originalità del nome e del tentativo della proposta va ai miei connazionali gallesi Mammoth weed wizard bastards, che inanellano quattro luoghi comuni in un colpo. Se le parole hanno un significato poteva trattarsi d’un ibrido Stoner-Motorhead, una scelta davvero eccentrica…
Invece la loro idea di fare Stoner-Sludge con una forte iniezione di Cocteau twins sarebbe geniale, non fosse noiosa e prevedibile, ma fa figo per la presenza d’una voce femminile, come non fossero mai esistiti i Sacrilege.
La medaglia suprema per la paraculaggine la prende il gruppo più chiacchierato del momento in ambito anglosassone e fra i loro epigoni italiani affranti orfani dell’alternative: i King Gizzard and the lizard wizard aprono le porte all’immaginario dei lucertoloni tipico del Garage rock e della psichedelia classica tentando con saccente finta naturalità una fusione Doom-Psichedelia-Rock Jazz con intrusione progressive sincretiche e Thrash Metal.
Se quest’accozzaglia sa di minestrone, il tutto precipita quando ci si accorge che in realtà stanno sotto il vessillo del più retrivo Pop alternativo moderno, ma che nelle loro mani scade al confronto d’una Olivia Rodrigo qualunque.
La loro orripilante proposta che fa della proliferazione discografica il perno su cui buttano nelle canzoni qualunque cosa senza un gusto compositivo e con l’imitazione sofisticata d’una competenza melodica, elegge loro come suprema inutilità rock dei nostri tempi.
