Nella prima parte di questo articolo avevamo lasciato il nostro buon Eric Peterson ancora teenager e alle prese con i dubbi tipici del liceale che deve decidere se approfondire lo stile di vita basato sulle visioni di morte e devastazione che il cervello gli prospetta all’ascolto di determinate sonorità, oppure indossare la camicia buona ed entrare in una discoteca per soddisfare gli impulsi dettati dalle tempeste ormonali tipiche dell’adolescenza.
“In quel periodo iniziai ad ascoltare roba davvero pesante e oscura. Avevo appena scoperto Venom ed Angel Witch e tutti nella mia scuola pensavano che io fossi un adoratore del diavolo o qualcosa del genere. C’era gente che veniva da me chiedendo se potessi lanciare malefici su altre persone” (intervista su Guitar Player del 2012)
Non male per un ragazzo la cui prima composizione musicale fu una ballad che poi sarebbe diventata la famosa “The Legacy”, pubblicazione quindi rimandata di qualche annetto, solo sul loro quarto album, subito rimpiazzata da altro nella lista delle priorità, e in particolare da “First Strike is Deadly e Curse of the Legions of Death”, che furono completate dal nucleo originale della band e pubblicate molto prima.
Si sa che, come risultato della propria crescita artistica e personale, Eric sarebbe giunto a costruirsi una personalissima valvola di sfogo delle proprie passioni più estreme ideando il progetto Dragonlord, band parallela ai Testament in cui suona symphonic black metal come chitarrista, cantante e principale compositore.
Dragonlord è un tributo alla tradizione del black scandinavo (Emperor, Dimmu Borgir, Dissection), ma filtrata attraverso il gusto melodico e tecnico di Peterson. Le dichiarazioni dell’epoca mostrano una maturazione musicale ma anche personale nel voler uscire dai cliché tipici del genere e giungere a una forma d’arte maggiormente raffinata.
Peterson esplicitò che la sua idea di black metal non era centrata unicamente sull’estetica estrema o ritualistica, ma sull’espressione musicale, sull’atmosfera, sulla melodia e sull’arrangiamento. La sua visione del genere integrava strumenti orchestrali, sezioni corali e strutture complesse, oltre alla velocità tipica del genere.
“Non si tratta di seppellire i miei vestiti nella terra o di versare sangue. Per me si tratta di quanto la sezione d’archi possa essere malvagia con le chitarre, o di quanto melodica possa diventare, insomma, fino a che punto io possa arrivare.” (intervista a Metal Assault, 2012)
Nel 2020, durante la promozione di “Titans of Creations”, Eric rivelò alla rivista online Invisible Oranges che l’idea di un progetto parallelo gli era stata suggerita caldamente da Dave Lombardo mentre erano in corso le registrazioni per The Gathering: “Ricordo che durante una jam con Dave su Legions of the Dead iniziammo a spingere talmente con i riff e i blast beat che lui si fermò e disse: -Dude, you seriously need to do a project on your own!-. Grazie a Dio avevo già in cantiere le prime idee per Rapture, altrimenti The Gathering sarebbe stato un album di puro black metal!”
A proposito di “The Gathering” vale la pena spendere due parole per ribadire che è un disco che rappresenta un unicum e uno spartiacque sia per la carriera dei Testament che per l’evoluzione dell’ intero genere.
Il perfetto allinearsi dei pianeti dato da: una lineup stellare; il momento storico caratterizzato da una qualità delle uscite abbastanza stagnante per il thrash metal; Eric nel suo picco di furia compositiva; l’evoluzione delle moderne tecnologie di registrazione; tutte queste concause definiranno il suono metal degli anni 2000 e inaugurano un nuovo modo di intendere il thrash moderno.
Per gli stessi Testament si può affermare che The Gathering sia stato il disco che li ha salvati sia artisticamente sia tout-court. Prima di questo lavoro la band rischiava l’oblio dopo la crisi del metal degli anni ’90. Quando l’ebbero pubblicato, conquistarono una nuova generazione di fans e diventarono ancora un riferimento per tutta la scena.
Nel 1999 gli agonizzanti gruppi thrash o decidevano di convertirsi al nu-metal o rischiavano di scomparire dal radar. Vero, i migliori lavori del death melodico di scuola scandinava erano già usciti e avevano codificato e consolidato un genere di successo, ma il punto rilevante è che The Gathering non si limitava a seguire quel filone, lo reinterpretava in chiave thrash americana, creando così un linguaggio ibrido che non somigliava alla scuola di Göteborg, pur avendone assorbito alcune logiche compositive – per esempio strutture più complesse e aggressività scatenata senza l’atmosfera “romantica” o folk tipica del melodeath svedese.
UNA TIGRE NEL MOTORE
Quando una band decide di spingere il proprio suono verso territori più estremi, ecco che si trova immediatamente davanti a un bivio tecnico: non basta l’ispirazione, serve un batterista in grado di reggere l’urto. Nel caso dei Testament questo principio è diventato una regola non scritta.
Non è un caso che l’evoluzione stilistica della band, dal 1992 in poi, sia sempre stata accompagnata da batteristi con capacità “al di sopra della media”, quasi come se ogni volta che i compositori decidevano di spingersi più in profondità nelle sonorità estreme, avessero bisogno di un motore nuovo e più potente.
I Testament sono l’unica band al mondo che può vantare un seggiolino “All Star”, occupato alternativamente dai vari Lombardo, Hoglan, Bostaph, Tempesta più collaborazioni sporadiche di Kontos, Dette e Jon Allen.
Tutti questi grandi nomi rappresentano però il meglio di una generazione di musicisti comunque legati alla vecchia guardia, e quindi a un modo di suonare che ha radici profonde negli albori dell’Heavy Metal tipicamente anni ’80 e che ognuno a modo suo, ogni drummer risponde alla stessa esigenza storica: dare fondamenta solide a una musica che, se non è eseguita con disciplina assoluta, collassa.
In special modo la “tenure” decennale di Hoglan, con la sua combinazione unica di potenza, controllo e “peso” sul colpo, ha rappresentato per la band un picco, se non di creatività compositiva, sicuramente di stabilità e affidabilità professionale che hanno permesso a Peterson di concentrarsi sulla scrittura, garantendo al gruppo una coerenza stilistica in un periodo molto difficile per tante band storiche, oltre alla la possibilità di avere un livello di perfomance sempre al top di potenza e precisione.
Nel 2023 però la band ha sentito l’esigenza di un profondo rinnovamento nel comparto ritmico, e invece di affidarsi al solito grande nome, pur sapendo di non poter contare su un rimpiazzo permanente, ha optato di riservare sgabello e bacchette al giovane Chris Dovas, diplomato al Berklee College of Music.
Dovas, ventiquattrenne, introduce per la prima volta un approccio più moderno, iper-pulito e geometrico dietro il drumkit dei Californiani. Usa un’impostazione da drummer tecnico post-2010: heel-up leggero e colpi rapidi.
Si notano inoltre le influenze derivanti da personaggi di spicco della scena attuale come Kollias dei Nile. Non ultimo, secondo le dichiarazioni di Peterson, Chris conosce la teoria musicale e le tecniche moderne da studio come Pro-Tools.
Quando iniziano le registrazioni per il nuovo “Para Bellum”, uscito di recente, la band si rende conto che Dovas assicura un livello di energia giovanile su cui nessuno pensava di poter più contare.
“Tutti pensavamo di dover rallentare, di non poter suonare veloci come una volta, invece Chris ha reso tutto il processo più facile. Il suo groove ha letteralmente portato nuova vita alla band.” (intervista al programma radio Wired In The Empire dell’ ottobre 2024)
E allora basta ascoltare Para Bellum per capire dove i Testament stiano realmente andando. Un disco dalla qualità altalenante, con degli spunti che potevano sicuramente essere sviluppati meglio, ma con un brano in apertura, “For the love of Pain”, che è la summa di tutto questo percorso iniziato tanti anni fa e che abbiamo qui descritto.
In molti, come prima impressione, sono rimasti interdetti o quantomeno sorpresi dal nuovo livello di violenza che il gruppo ha osato mettere sul piatto con questa opening track, un brano che è un esercizio di autentico black metal, non solo dal punto di vista del flavour ma con tutti gli elementi caratteristici in bella evidenza: a cominciare dalla velocità parossistica raggiunta da Dovas, al classico riff in tremolo picking che sottolinea la melodia, per finire col cantato in screaming dello stesso Eric in aggiunta alla prestazione di Billy.
La prova che ciò che i due compari hanno inseguito dagli anni ’90 oggi non è più un singolo episodio, ma una delle identità della band.
Il successo su grande scala è da tempo una chimera per tantissimi, e Para Bellum potrà convincere o meno della propria bontà i tantissimi fan dei Testament, ma certamente nessuno muoverà alla band l’accusa di essere statica o monotona. E i prossimi anni ci diranno se questa voglia di sperimentare nuovi territori e confrontarsi con il moderno ci regalerà ancora musica degna del loro passato.

