Orphanage – Un risveglio lovecraftiano

Io credo che il metal debba darci non l’innovazione, la sperimentazione e la sorpresa. Penso che invece possa nutrire visceralmente il nostro corpo e la nostra emotività, se non vogliamo parlare convenzionalmente di cuore. Il brano ideale, secondo me, parte con un riffone perfetto per lo scapoccio e le cornine, ma a un certo punto ecco che la massicciata si sfalda e da essa emerge una nebbia scura. Dalla nebbia escono delle mani che provano ad afferrarci. Istintivamente cerchiamo di sfuggirgli, ma le dita ci raggiungono e ci acciuffano. Mentre urliamo ci accorgiamo però che non stanno smembrando il nostro corpo; non ci graffiano né stringono. Le mani di nebbia ci accarezzano, ci sostengono, ci proteggono. Siamo al sicuro, tra le braccia di una gigantesca dea Kalì, mentre moriamo e rinasciamo nel suo grembo, come figli annegati e riaffioranti nel nostro stesso sangue.

In Italia sentimmo parlare degli Orphanage agli inizi del 1996, anche se il loro disco d’esordio, intitolato “Oblivion”, era già uscito nel 1995 per il mercato Europeo.

Progressivi e doom, ma non solo. Facevano parte della cosiddetta scena olandese di inizio anni 90 che, riflettendo l’influenza del triunvirato inglese My Dying Bride/Anathema/Paradise Lost, fu sottovalutata quasi subito da tutti quanti. Ancora oggi affiorano cadaveri eccellenti tra quintali di rimpianti e di ignoranza. Mi ci metto anche io, sia chiaro.

Ho ascoltato per la prima volta questo loro album a 30 anni dall’uscita, poco più, poco meno. Devo dire che mi sono perso qualcosa, in tutto questo tempo, ma sono sempre felice di scoprire cose buone, anche dove credevo di essere passato e ripassato al setaccio. “Oblivion” era e resta un super-album. Non poté godere dell’attenzione che meritava. Erano giorni difficili per il pubblico metal. Solo oggi uno può permettersi di tentare strade impervie, adesso che è tutto gratis o scontato. Nel 1996 io c’ero e andavo avanti a mance natalizie: avrei dovuto scegliere tra gli Orphanage, elogiatissimi da Metal Shock, ma in un articolo che tradiva una certa sfiducia, e tutte le grosse uscite previste: dai Queensryche agli Alice In Chains, i Paradise Lost e i My Dying Bride.

“Oblivion” ha atteso tutto questo tempo e non ha perso nulla del proprio valore. La casa discografica che li rilasciò allora, la Lex, definì gli Orphanage “innovative-gregorian-groovy-celtic-doom-death metal” e non credo che allora fosse un menù invitante. Innovativo era un po’ vago; groovy ci si definita praticamente ogni gruppo di allora; celtic non ha mai significato nulla per nessuno a parte per Tom Fisher; doom ha avuto varie accezioni, tante cose e nulla di preciso; death metal era la sola etichetta chiara e definita, ma troppo stretta per contenere la formula degli Orphanage. Gregorian era l’aggettivo che colpiva e per certi versi era legittimo, dato che il gruppo impiegava quattro diverse voci. No, non erano quattro cantanti. Ce n’era uno principale e altri tre che intervenivano in vari momenti a dargli risposta.

Detto in termini più schietti e organici: in “Oblivion c’è un sacco di ciccia, il suono è corposo, le tastiere, un po’ tra vecchio prog e modernariato, si integrano benissimo con quelle muraglie armoniche di chitarra. Le voci alternate tra growl e pulito non si trasformano in un rimpiattino prevedibile tra “la bella e la bestia”, come capita spesso di sentire nel goth-doom più canonico. Ci sono cori massicci tra growl e clean, solisti maschili penitenziali e femminili più diafani e dimessi, un tutto operistico in nome del romanticismo e della putredine dell’anima. Sono quattro voci quattro, ma la cosa non si nota di per sé, è l’uso che gli Orphanage fanno di queste  voci, capite? Non stiamo lì a rimirare i mezzi ma l’opera che quella ricchezza di mezzi hanno prodotto.

Parto dal brano che ho trovato meno convincente: “The Case Of Charles Dexter Ward”. Mi ha fatto riflettere su una cosa. Il titolo e il testo spesso sono ciò che l’artista immagina o associa alla musica che ha creato. Pensate che fino all’Ottocento, non si usava dare titoli alle opere d’arte. Il pubblico era libero di fruirne senza ancorarsi ad alcun concetto. Vero che nelle arti figurative i quadri erano quasi tutti di paesaggi campestri, ritratti di nobili, scene bibliche o campali, però non recavano didascalie. Non dico fosse meglio, ma era così. Quando è nato il metal, inventare un titolo collegato alle parole del brano era già scontato e doveroso. Parole e note sono spesso create in successione, ma mentre la lirica è sempre stata il corpo della ballata e un titolo che la identificasse c’è dall’antichità, un tipo di titolo che ne sintetizzi l’esperienza concettuale e la definisca in una o poche parole, è usanza recente, di alcuni secoli appena.

Noi del pubblico siamo esortati quasi da tutti gli artisti a “sentire” e “immaginare” ciò che desideriamo tanto dalla musica quanto dalle parole cantate. Se sono molto vaghe, le liriche, noi possiamo farlo facilmente, ma se il titolo e le parole si riferiscono a qualcosa di specifico, mettete un racconto di Lovecraft, ecco, che siamo quasi costretti a ridurre l’esperienza musicale, immaginifica e interpretativa al senso che il gruppo ha denominato.

E questo ci porterebbe inevitabilmente a constatare quanto le note scelte, siano associabili o meno all’atmosfera che la storia tradotta in musica, ha suscitato in noi durante la sua lettura; sempre che l’abbiamo letta.

Nel mio caso conosco bene il romanzo di HPL The Case Of Charles Dexter Ward e ho trovato le melodie degli Orphanage in questo brano molto belle ma davvero fuori contesto rispetto alla mia sensibilità musicale collegata agli eventi della storia a cui si riferiscono le parole. Le combinazioni centrali del pezzo sembrano più vicine a leziose nenie del sogno: una via di mezzo rinascimentale tra L’Almanacco del giorno dopo della Rai e Il pranzo è servito suonato in slow. Quelle melodie non esprimono per me la potenza oscura della storia di Charles Dexter Ward.

Ecco quindi che fare una dichiarazione dal titolo e poi perseverarla con le liriche narrativamente dirette, diventa controproducente per il gruppo. Io rispetto l’associazione mentale che gli Orphanage fanno tra la loro musica e il romanzo di HPL, sia chiaro. Evidentemente quelle progressioni in maggiore producono nella mente di chi ha scritto il brano, una correlazione mentale coerente; ma nel mio caso devo scollarmi da Lovecraft e immaginare anfratti di luce e creature gentili che scivolano in questo mondo come stronzi venuti fuori da un’abbuffata di fagioli. Ecco cosa vedo se chiudo gli occhi davanti alle sezioni più azzardate del pezzo.

In “The Garden Of Eden” invece, per quanto sia definito già dal titolo il tema portante, la musica mi suggerisce un’associazione paradossale tra il soggetto “tranquillo” e i riff minacciosi e guerreschi messi in apertura e da essi scaturisce un’idea bizzarra e intrigante. Rivado con la mente all’atmosfera che si doveva respirare nel giardino di dio, quegli ultimi momenti prima di perderlo.

Quel posto, se ci pensate, era di assoluta armonia. Gli animali feroci coabitavano con gli erbivori e l’uomo e la donna passeggiavano dando loro nomi, così come ai fiori, che non coglievano per odorarli o nel caso di Adamo, offrirli alla sua Eva in cambio di un pompino. Non c’era sesso né discussioni su chi doveva mettere a posto i calzini e nemmeno i calzini. Non c’era il dare e l’avere. Si andava in giro nudi in un clima perfettamente temperato. Si ammazzava il tempo per quanto non ci fosse nemmeno la concezione dello stesso. Niente giorno e notte, nulla che duellasse. Non c’era granché da fare a parte quel lavoro di catalogazione e archiviazione delle creature e delle cose.

Io sospetto però che ci fosse anche una cosa che non si nomina mai nelle scritture e che Dio inventò sapendo bene cosa stava facendo (dato che egli è Dio e sa tutto): la noia.

Dio stava dando la possibilità a quei due di nomenclare il mondo prima di cacciarceli dentro con il pretesto della mela da lui creata, così come il serpente e la curiosità.

Quando Eva mangiò la mela scattò qualcosa. Dio finse di sorprendersi, restare deluso e arrabbiarsi. Poi maledì l’uomo, vale a dire Adamo, il quale scaricò tutta la colpa su Eva. Dio maledì anche Eva a cui toccò la soma peggiore: il parto con dolore. L’uomo invece avrebbe vissuto faticando, vale a dire di lavoro. La donna poi volle pure quella iattura, insieme al parto, che ahilei non poté girare all’uomo. Bella mossa.

I due dovettero andar via anche perché nel giardino dell’Eden le cose iniziavano a farsi pericolose. Le tigri balzarono sulle zebre, i coccodrilli sulle poiane e così via, lordando il giardino dell’Eden di sangue e penne svolazzanti. Dolore, sofferenza, terrore, sconvolsero quel regno incantato. Adamo ed Eva non si voltarono neanche il tempo di rimpiangerne la perdita, perché non esistevano tempo né rimpianto da quelle parti. Sperarono almeno di non annoiarsi più. Poveri illusi. Finirono nel mondo, dove c’erano ancora gli stessi animali che per via della mela, erano stati cacciati pure loro e dannati alla fame e alla morte; così come i fiori. Oltre a tutti loro c’erano il fine, l’inizio, il buio e la luce, il sesso e ovviamente ancora lei: LA NOIA. Yeah.

Beh, nel caso degli Orphanage e il pezzo The Garden Of Eden ne parla come di un posto della mente, sepolto in noi, parte di un passato antichissimo che ci pesa sul cuore dal momento in cui usciamo dal grembo; almeno nella credenza cristiana. Questo posto, il vecchio Eden, non è un luogo da rimpiangere ma in cui tornare. Una specie di parcheggio per vecchi Dei stanchi, che passano lì il tempo gettando torsoli di mela ovunque, in attesa del Ragnarok. Nel giardino dell’Eden aleggia il vecchio organo arrembante degli Iron Butterfly, non la musica doom metal. Quella degli Orphanage nel pezzo specifico però è maestosa e avvincente. Mi ricorda certe cose più pesanti e sarcastiche dei primi Cathedral, quelli tra “Forest” e “Mirror”, per capirci.

“Journey Through The Dark” io penso sia l’apice di “Oblivion” assieme a “Weltschmerz”. Quest’ultima ha un titolo che in tedesco significa “dolore del mondo”. Vi evito di scriverne perché altrimenti vi ammazzo di chiacchiere. Vorrei invece soffermarmi sull’altro picco. “Journey…” per quanto abbia un titolo piuttosto convenzionale, rappresenta un momento davvero notevole.

Intanto la musica è trascinante e vorticosa, l’intreccio delle voci e delle tastiere fa pensare a una cantilena sardonica mentre scivoliamo nell’abisso illudendoci di ascendere chissà dove tra le chiappe del creatore. E poi badate al testo, gente. Dice che la vita è una musica meravigliosa ma sovrastata dalla lunga e tetra ninna nanna della nostra coscienza. Un messaggio così è davvero potente e mi non mi do pace quando penso che dentro certi brani metal c’è così tanta filosofia per un pubblico che generalmente non si caga i testi.

Questo è un brano che musicalmente e liricamente trovo inscindibile. Potete anche usare la musica per i vostri viaggi deliranti verso il cesso, ma qui c’è un gancio per tirarvi fuori, se volete, dalla vostra cazzo di inconsapevolezza.
La vita è una proiezione continua di visioni mentali. Viviamo pensando di guardare fuori ma il più del tempo siamo immersi in immagini interiori prodotte da qualcosa dentro di noi: un proiettore di dolore continuo che ci mostra quanto siamo orribili, fallimentari, non amati. Tutto è falso, anche se così doloroso che ci sembra vero.

Trovo sia molto più lovecraftiana questa canzone di quella dedicata al caso Dexter Ward. E infatti Lovecraft non si traspone, si crea con le proprie mani. Cosa intendo? Che non si possono tradurre in immagini e suoni le sue opere letterarie ma si può trasmettere un proprio sentire lovecraftiano passando dalla fantasia e dal fondale oscuro che pulsa in tutti noi creatori e fruitori.

Sovente si fanno cose lovecraftiane quando si pensa di fare altro. Chiudete gli occhi e annegate o risorgete dal pozzo di auto-accuse in cui siete nati, come girini nel fango acquitrinoso della vostra esistenza di palude. Questo è in sintesi “Oblivion”.