Posso solo dire che la prima volta in cui una ragazza mi spezzò il cuore, offrendomi un viaggio di sola andata nel mondo dei grandi, tentai di curare la mia ferita con tutti i balsami e lenitivi possibili. Iniziai con la letteratura, leggendo in continuazione storie su storie, tra classici e narrativa di consumo. Usai la musica, che probabilmente mi alleviò il dolore più di qualsiasi altra cosa, tenendomi compagnia mentre guarivo dalla mia grande delusione sentimentale.
Ora, io sono nato nel 1978 e gli anni 80 li rivivo come una specie di nebbia, tra asilo e scuole elementari, suore terribili e immagini destabilizzanti in fascia protetta, i ragazzi della terza C e prime turbe sessuali. Furono i 90 il mio tempo e mi ritengo fortunato ad averli vissuti come adolescente. Devo dire però che gli anni 80 ce li ho nel sangue. Quando ascolto le hit della giovane Madonna o “Bad” di Michael Jackson, mi si aprono nella mente e nel cuore passaggi segreti verso luoghi di consolazione e di umida trascendenza.
La musica del mio decennio, quella dei Nirvana e degli Smashing Pumpkins, della sigla di Friends e Britney Spears, invece mi porta ricordi ben più chiari e definiti e mi concede esperienze meno misticheggianti, più reali e di poco interesse.
Perché sto dicendo tutto questo? Beh, lo chiarisco subito. Al tempo in cui il mio cuore era in frantumi, non trovai nulla negli anni 90 che potesse aiutarmi a rimettere insieme i pezzi, o per lo meno che mi desse l’energia sufficiente a provarci. Sarà stata una reazione naturale dopo anni e anni di hit sdolcinate su cuori nella tormenta, addii sotto la pioggia e innamoramenti in metropolitana, ma ho l’impressione ancora oggi, che negli anni 90 non ci fosse spazio per l’amore e che le ballate dei gruppi rock parlassero più che altro di incomunicabilità e disperazione personale, di crisi depressive e dell’insensatezza delle cose.
Negli anni 80 invece c’era l’amore, ed era attraversato su tappeti volanti di tastiere ridondanti e sintetizzatori spaziali, le frecce di cupido avevano la forma di chitarre elettriche a coda di rondine, e anche il risvolto difficile, terribile del rapporto di coppia: fatto di tradimenti e abbandoni, di cessazione improvvisa di sentimenti eternistici e di riscoperte passioni dentro una vecchia fotografia trovata durante l’ennesimo trasloco erano tutti strutturati su progressioni di accordi aperti in crescendo verso la luce.
E fu lì, in particolare nell’AOR e nel metallo melodico americaneggiante degli anni 80, che io, all’inizio del millennio successivo, potei riguadagnare un po’ di sicurezza in me stesso, di consolazione e di romanticismo. Allora non conoscevo gli FM, band inglese composta di sopravvissuti alla NWOBHM, riconvertiti furbescamente al sound leggero e maturo degli U.S.A. e il cui talento fu premiato dalla fortuna.
“Indiscreet” mi avrebbe dato una bella pacca sulla spalla e un abbraccio accogliente in quel difficile momento della mia vita. Lo fecero altre canzoni e altri dischi, ma questo album mi sarebbe andato davvero a genio, ne sono sicuro.
Fu il loro primo lavoro come FM, di cui ignoro per ora la restante discografia. Uscì nel 1986, a poca distanza da un altro gran bel momento di rock adulto, vale a dire il secondo dei Q5, di cui ho scritto poco tempo fa. A sentire il gruppo, ottennero riconoscimenti e supporto fin dall’inizio dal pubblico di allora. Non fatico a crederci visto che le canzoni sono straordinarie ancora oggi, per quanto infognate in pattern compositivi ormai vetusti e risentiti fino alla nausea. Brani come “This Girl”, “Other Side Of Midnight” e “American Girls” sono tuttora degni dei migliori momenti di Survivor, Journey o Foreigner.
Per quanto zeppi di quegli slogan poetici degli anni 80 che oggi fanno solo sorridere, tipo “appartenere all’altro lato della Mezzanotte” o “non avere posti dove nascondersi all’arrivo della passione”, i brani di Indiscreet rappresentano un valido concept su un’esperienza amorosa finita male e sulla dura educazione sentimentale di un adolescente in cerca di un posto nel cuore di qualcuno e di una propria identità nel mondo allo stesso tempo.
Quella che è una retorica ormai innocua per noi adulti, ha imperversato nella mia adolescenza vissuta all’ombra delle fanciulle in fiore, come direbbe Proust. Cercavo un senso nell’amore e quindi nell’interesse, l’approvazione e la passione di una ragazza carina e un po’ spigolosa. Tutti quelli della mia età sono cresciuti con questo miraggio di auto-affermazione nell’altro. Peccato che poi, dopo essere sopravvissuti a relazioni intossicate di mondezza romantica, si debba ricominciare da zero, a quarant’anni, sollecitati da corsi di self-help a guadagnarsi un posto nel proprio cuore e non in quello di una o di uno sconosciuto.
Indiscreet sembra raccontare alla perfezione questo viaggio di Ulisse nel sistema coronarico di Circe. “This Girl”, che ha quel refrain alla Billy Joel, descrive un quadro davvero angosciante e penoso di un giovane che tiene tra le braccia la ragazza di cui è innamorato e che sente scivolar via. La bacia sforzandosi di non pensare alle bugie di lei, ai tradimenti e alla sua esplosiva necessità di fuggire verso un mondo di esperienze elettrizzanti. Ma lui sa che è questione di tempo e che un giorno o l’altro, quando sentirà chiudersi quella porta, dopo averla salutata ed essersi sentito promettere qualcosa di impossibile, non ci sarà più alcun rumore. Mai più. Il brano parla di vivere comunque il momento, nonostante il terribile presentimento di perdita. Tra l’altro fu coverizzata dagli Iron Maiden un anno più tardi alla pubblicazione di “Indiscreet”.
Gli altri brani non sono necessariamente collegati al primo, ma mi piace pensare che rappresentino il tragitto che lo stesso ragazzo dovrà attraversare, tra momenti di grande straniamento e desiderio di sparire nel buio di una notte cittadina (“Other Side Of Mindnight”) o sulle spiagge assolate di un’America televisiva inesistente (“American Girls”).
Le ultime tre, “Face To Face” e “Frozen Heart” e “Heart Of The Matter” per me sono il possibile epilogo in tre atti di tutta la vicenda: vale a dire il confronto con la ex, la paura di non riuscire ad amarla più e il coraggio di guardare in faccia le cose, scoprendo se davvero c’è mai stato un amore e se possa esserci ancora un futuro assieme.
Ascoltando Indiscreet non mi prende la solita nostalgia per un tempo che non ho mai vissuto ma ho più la sensazione che questi pezzi possano agevolmente incastrarsi tra i raggi di sole di un giorno come quello che c’è fuori dalla mia finestra, mentre scrivo e ascolto gli FM: cielo in code d’ovatta, alberi scorticati e luce pesante. Su tutto questo le tastiere di Heart Of The Matter, tra Van Halen e la via degli Artigiani, scendono sul mio cuore di porcellana ricomposta con il Bostik dell’AOR.

