Doomsday For The Deceiver – Un inizio speciale

Nel paesaggio “sun-baked” dell’Arizona degli anni 80, anche se lontano dai centri di interesse mondiale dell’heavy metal, qualcosa si muoveva. A Phoenix e Tucson c’erano vivaci scene musicali underground, caratterizzate da una notevole interazione tra generi come il punk e il metal. Senza pressioni e aspettative impellenti, come a esempio accadeva nella Bay Area o nella scena newyorchese, chi suonava da quelle parti, provava a sviluppare un proprio linguaggio. Emersero dunque alcune band di buona caratura, ancora oggi ricordate con piacere. Aftermath, Sacred Reich, Tuff, Icon, Atrophy, Nuclear Death, tutti gruppi con lavori discografici di buon livello; altri che non ce la fecero, come Surgical Steel e Soothsayer. Ma coloro che, tra alti e bassi e vicende complicate hanno avuto più risalto, sono indubbiamente i Flotsam and Jetsam. Già su questo blog è stata trattata da Marco “Benbow” Tripodi la discografia in toto, io mi limito a parlare del mio lavoro preferito, quello considerato da tutti il più rappresentativo della band: Doomsday For The Deceiver.

Questo disco rappresenta un unicum nella storia creativa del gruppo, sia per la presenza di Jason Newsted in fase compositiva. Il suo contributo fu preminente in particolare sui testi, incentrati su Storia, Letteratura e qualche sprazzo occulto e satanico.

In un epoca in cui il thrash era principalmente incentrato sulla denuncia sociale e sulla politica, il discostarsi da quel filone non era poi così scontato. Senza di lui, dopo, nonostante qualche credito su No Place For Disgrace, la direzione cambiò e non sempre in meglio.

Ma restiamo sul pezzo. La storia della band inizia nel lontano 1981, anche se si facevano chiamare Paradox. C’erano il batterista Kelly David-Smith e i chitarristi Pete Mello e Dave Goulder a gettare le fondamenta sonore.

Poco dopo, si unì a loro il Jason al basso, rispondendo a un annuncio che David-Smith aveva pubblicato su un giornale locale.

Newsted, proveniente dal Michigan con la sua band Gangster, si trovava a Phoenix di passaggio verso la California, ma lo scioglimento del suo gruppo lo portò a stabilirsi in Arizona.

La formazione iniziale mutò rapidamente, trasformandosi in Dredlox con l’aggiunta di Mark Vasquez e Kevin Horton, e vedendo Jason assumere il ruolo di cantante. La ricerca di un frontman definitivo condusse David-Smith ad assistere a un talent show scolastico nel 1982, dove rimase colpito dall’esibizione di Eric A.K. Knutson.

Eric fu invitato per un’audizione e, dopo un periodo di prova di due settimane che gli valse il soprannome di “the 2 weeker”, entrò ufficialmente nella band.

Nel 1983, un ulteriore cambio di formazione vide l’arrivo del chitarrista Ed Carlson, proveniente da un altro gruppo locale chiamato Exodus (da non confondersi con l’omonima band thrash della Bay Area), in sostituzione di Kevin Horton.

Per un breve periodo, il nome della band cambiò in The Dogz, ma non durò a lungo.

La denominazione definitiva, Flotsam and Jetsam, fu ispirata dal capitolo 9 del Libro III del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, che portava lo stesso titolo.

I primi anni sono incentrati su intense esibizioni dal vivo nei club locali e in California, dove la band ebbe l’opportunità di condividere il palco con nomi del calibro di Megadeth, Armored Saint e molti altri.

Nel 1985, Mark Vasquez lasciò il gruppo e fu sostituito dal diciassettenne Michael Gilbert, completando così la line-up che avrebbe inciso “Doomsday For the Deceiver”.

Nello stesso anno, i Flotsam and Jetsam pubblicarono due demo, Iron Tears e Metal Shock, che contribuirono a diffondere il loro nome nella scena underground.

A questo punto, affilata l’ascia e pronti per la battaglia, ci voleva un esordio su disco, la base di lancio per uscire dai deserti infuocati e isolati, alla conquista del mondo metallico.

A mettere gli occhi addosso a questi giovini virgulti fu Brian Slagel, con la sua Metal Blade. La fiducia che riponeva nei Flotsam and Jetsam fin dalle prime fasi della loro carriera è un indicatore del potenziale che egli intravedeva  in loro e nelle sue doti indiscusse di talent scout decisivo.

Brian monitorava spesso le band dal vivo, ascoltava tonnellate di nastri con una perizia e una passione incredibili. Ma non diciamo nulla di nuovo. È importante sottolineare che la produzione di quello che tratteremo fu un vero e proprio sforzo collaborativo tra Slagel e i Flotsam stessi, per ingegnarsi a ottenere il massimo risultato con i minimi mezzi.

Le ristrettezze economiche e il breve periodo in studio riflettevano lo spirito “fai da te” che animava la scena thrash metal emergente, dove la passione e il talento grezzo sopperivano alla mancanza di risorse finanziarie.

La registrazione di Doomsday For The Deceiver avvenne a Los Angeles nell’arco di due intense settimane senza tregua, con un budget limitato di soli 12.000 dollari.

Le sessioni si svolsero presso diversi studi: il Music Grinder Studios, l’Eldorado Studios e il Track Records, tutti situati nel cuore della scena musicale losangelina.

La produzione dell’album fu affidata a Slage affiancato dall’ingegnere del suono Bill Metoyer. Come assistenti ingegneri lavorarono Casey McMackin e Ken Paulakovich.

La masterizzazione fu curata presso il Capitol Mastering e per alcune versioni anche presso l’Holland Cutting Room.

L’uscita del disco fu accolta con un entusiasmo travolgente dalla critica musicale. Il culmine di questo successo fu il leggendario punteggio di 6K assegnato da Kerrang! – un riconoscimento senza precedenti che sottolineava la qualità e l’originalità della proposta.

Altre recensioni contemporanee, come quella apparsa sulla rivista tedesca Rock Hard , furono altrettanto positive.

In generale, i critici lodarono l’abilità tecnica dei musicisti, la complessità, l’efficacia del songwriting e la straordinaria performance vocale di Eric A.K. Knutson.

Alcuni recensori notarono una produzione “un po’ ruvida” e “una certa mancanza di innovazione in alcuni passaggi”, ma questi aspetti furono ampiamente oscurati dall’energia e dalla freschezza della musica.

Come scrisse Kerrang!, l’album era un concentrato di “thrash di classe ma operaio, energico ma virtuoso”.

Le interviste ai membri dei Flotsam and Jetsam, sia quelle rilasciate all’epoca che in periodi successivi, offrono ancora oggi uno sguardo affascinante sul processo creativo e sugli aneddoti legati alla realizzazione dell’album.

Jason Newsted ha ricordato i primi giorni della band a Phoenix, le difficoltà iniziali e l’evoluzione del loro suono.

Eric A.K. Knutson, in un’intervista con Metal Kaoz , ha condiviso un divertente aneddoto sull’arresto di Newsted a West Hollywood durante le sessioni di registrazione per possesso di marijuana.

Michael Gilbert, ha riflettuto sull’importanza dell’album nella loro carriera e sull’impatto che ebbe sulla scena thrash.

Kelly David-Smith, in un’intervista rilasciata in occasione della riedizione del disco nel 2006, ha ricordato come avendo un budget minimo, il gruppo si sia prodigato al massimo per ottimizzare tempo, sessioni e assemblaggio al secondo, sottolineando come nonostante le difficoltà, il risultato finale sia stato di grande qualità.

Doomsday For the Deceiver è caratterizzato da tempi prevalentemente veloci, tipici dello speed e del thrash metal, fortemente integrati dal metal classico. Un altro aspetto notevole della struttura ritmica dell’album è la presenza di frequenti cambi di tempo all’interno dei brani. Queste variazioni contribuiscono a creare dinamicità e a mantenere l’interesse dell’ascoltatore attraverso sezioni contrastanti e inaspettate.

La sezione ritmica svolge un ruolo fondamentale nel guidare l’intensità e il groove dell’album. La loro coesione e precisione sono essenziali per sostenere il complesso lavoro delle chitarre. Il drumming è spesso descritto come preciso, fluido, dinamico, evidenziando un elevato livello di abilità tecnica fondamentale per il suono complessivo della band.

Nonostante la predominanza del thrash, l’album incorpora anche elementi melodici all’interno di questa struttura aggressiva, a esempio con l’uso di riff armonizzati. Caratteristica che evidenzia l’abilità tecnica dei chitarristi Edward Carlson e Michael Gilbert.

Doomsday For the Deceiver è ricco di assoli di chitarra veloci e tecnicamente impegnativi, con l’interplay e gli “scambi” tra i due chitarristi, suggerendo uno “scopo comune” dedito a valorizzare la forma canzone nell’insieme piuttosto che instaurare una sterile gara a chi “ha il manico più lungo”.

Si possono anche notare alcune influenze neoclassiche, con l’uso di scale e modi specifici che vanno oltre le semplici pentatoniche, come il frigio, l’eolico e il minore armonico. L’esplicita menzione di questi modi indica un vocabolario armonico avanzato rispetto alla stragrande maggioranza di gruppi thrash dell’epoca, più diretti e violenti.

Le linee di basso di Jason Newsted sono prominenti e ben udibili nel mix. Questo è un tema ricorrente in molte recensioni, che spesso sottolineano la significatività del suo contributo, in contrasto con la sua successiva esperienza nei Metallica.

Descrizioni come “walking basslines”, “killer bass break” e paragoni con lo stile di Steve Harris degli Iron Maiden sono più che calzanti e suggeriscono un ruolo più attivo e complesso per il basso rispetto ad altri colleghi, non solo come fondamento del registro inferiore delle frequenze da coprire o sostegno alle note principali degli accordi.

Kelly David-Smith alla batteria è la propulsione che regge la struttura di tutto, con l’uso della doppia cassa e terzine chirurgiche, oltre a variazione di tempi repentini e varietà di pattern, carichi sia di groove che di gusto.

Il fatto che Kelly David-Smith abbia registrato a suo tempo le parti con quindici punti di sutura al braccio, dimostra quanto egli sia uno tra i più talentuosi drummer thrash.

Lo stile vocale di Eric A.K. Knutson è caratterizzato da tonalità alte e potenti, con l’uso frequente del falsetto. Si sprecano i paragoni con cantanti classici come Geoff Tate, e Rob Halford, rielaborati aggiungendo alla precisione e all’estensione, l’aggressività tipica del thrash, sempre controllata e mai gutturale o sguaiata.

Nel disco sono presenti strutture tipiche strofa-ritornello, ma spesso con variazioni attraverso sezioni strumentali, tra cui assoli di chitarra e basso. Brani più lunghi ed epici come la title track e Metalshock presentano sezioni multiple e cambi di tempo, alternati ad altri più brevi e diretti come Hammerhead, Iron Tears e Desecrator.

Ci sono soluzioni inaspettate e non convenzionali, come il ritornello della filastrocca in She Took an Axe, che vogliono sancire la volontà del gruppo a mescolare e sperimentare, seppure nell’alveo preciso del thrash.

L’album si apre con l’incalzante “Hammerhead” , un brano che sin dalle prime note stabilisce il tono aggressivo e tecnicamente ricercato dell’album. Il pezzo è caratterizzato da un tempo veloce, riff intricati e dalla potente voce acuta di Eric A.K. Knutson.

I testi, come spesso accade nell’intero album, toccano temi oscuri con un velo di ironia.

La breve Fade to Black offre un momento di respiro, pur mantenendo un’atmosfera cupa e intensa. Il brano presenta un riffing più vicino al heavy metal tradizionale, con un’ottima interpretazione vocale di Knutson.

La title track è l’epico climax dell’album, superando i nove minuti di durata è a tutti gli effetti una mini-suite. Il pezzo si apre con un intro acustico di chitarra di Michael Gilbert che crea un’atmosfera malinconica, per poi esplodere in un susseguirsi di riff thrash, sezioni mid-tempo e un intermezzo influenzato dallo speed metal. Il testo narra una storia apocalittica con riferimenti al principe delle tenebre.

Der Fuhrer narra la storia di Adolf Hitler in chiave demoniaca. Il brano presenta un riff memorabile e un ritornello inquietante con cori che richiamano il saluto nazista.

L’impatto di questo disco, allora come oggi, è innegabile. Nonostante non abbia raggiunto lo stesso successo commerciale di altri lavori del genere, è considerato un classico assoluto e ha influenzato diverse formazioni nel corso dei decenni.

La sua combinazione di velocità, tecnica, songwriting sofisticato e la potente voce di Eric A.K. Knutson lo hanno reso un punto di riferimento per molti musicisti.

A tal proposito un riconoscimento significativo della sua importanza è stata l’induzione nella Hall of Fame della rivista Decibel nel 2021.

Ancora oggi, i Flotsam and Jetsam continuano a eseguire brani tratti da Doomsday For the Deceiver nei loro concerti , testimoniando la sua duratura rilevanza e l’amore dei fan per quelle tracce. Personalmente, ritengo che esso sia un album straordinario che cattura perfettamente lo spirito del thrash metal degli anni ’80, in modo unico e distintivo.

L’energia che sprigiona è palpabile, la tecnica dei musicisti è impressionante e la voce di Eric è semplicemente fenomenale; capace di spaziare tra urli laceranti e melodie potenti, giocando tra le ottave con naturale limpidezza.