La prima volta non si dimentica mai, in amore come probabilmente in ogni altro aspetto della vita. La prima volta che si è andati al cinema o a teatro, la prima volta che si è assaggiato il tiramisù, la prima volta che si è fatto un viaggio all’estero, la prima vacanza senza i propri genitori, la prima volta che si è guidato la macchina in autostrada, la prima volta che si è visto un concerto dal vivo. Già, anche la musica è fatta di prime volte, tante prime volte se si accetta di atomizzare il concetto in tutte le (prime) volte nelle quali ci si è imbattuti in ascolti che hanno decretato una svolta, che si sono rivelati – magari col senno di poi – spartiacque nella propria carriera di indefessi ascoltatori di musica. Non mi riferisco necessariamente alle band famose, alle band importanti, alle migliori o ai propri artisti preferiti; anche solo a quei dischi che ci hanno sorpreso in modo del tutto inaspettato, magari tanto in positivo quanto in negativo, che ci hanno tagliato la strada senza che li vedessimo arrivare e che, di fatto, ci hanno messo di peso su di un altro binario la cui direzione non era nei nostri piani, anzi della quale proprio non sospettavamo l’esistenza.
Un simile resoconto non può che cominciare con… la prima volta che ho sentito un pezzo metal: 1988, una discoteca per ragazzini ad Hastings, nel sud est dell’Inghilterra. A un certo momento parte furiosa “Two Minutes To Midnight” e vengo scaraventato altrove, in un completo e totale altrove. È tutto molto veloce e ruvido ma col passare dei minuti quegli spigoli si allineano magicamente e, pur comprendendo relativamente poco di ciò che stava accadendo, quel gran marasma di chitarre e batterie cominciava ad intrigarmi, se non a piacermi sfacciatamente. Con me c’era un ragazzino di poco più grande, già avvezzo alla borchia, al quale il giorno dopo mi affidai immantinente perché mi scortasse in un negozio di dischi albionico per acquistare il vinile nel quale era contenuta quella canzone di cui neanche ricordavo il titolo. Figuratevi la meraviglia quando dallo scaffale tirò fuori quella copertina infinita, ricca e strapiena di colori e dettagli che è “Powerslave”. Tutto ebbe inizio allora, due minuti alla mezzanotte.
La prima volta che ho sentito i Metallica. Scoperti gli Irons, ma ancora ben lungi dal completarne (quella che per l’epoca era) la discografia, un amico di scorribande mi prestò “Ride The Lightning”. Quando gli restituì la cassetta mi chiese tutto eccitato cosa me ne fosse sembrato; candidamente risposi che non mi erano piaciuti per niente, la batteria era terribile, e più in generale tutto era troppo grosso, grasso e aggressivo. Lui rimase incredulo (“ma che cazzo stai dicendo?”) e sono certo che per un attimo considerò seriamente l’opzione di troncare irreparabilmente la nostra amicizia. La verità è che non ci avevo capito nulla, non mi erano piaciuti, mi avevano schiacciato, la produzione era opprimente e soprattutto la batteria mi impressionò notevolmente (in negativo), facendomi avvertire un senso di minaccia e cattiveria che mi mise a disagio. Non che il concept grafico sulla sedia elettrica mi avesse particolarmente alleggerito l’umore.
La prima volta che ho sentito i Black Sabbath ebbi una paura marcia. La scoperta avvenne con sua maestà sepolcrale “Black Sabbath” in persona, anzi, in canzone. Non avevo mai sentito nulla del genere. Non riuscivo neanche a classificarla come una canzone, era un rituale pagano, stregonesco, nero come la notte in cui tutto avveniva. Ozzy era un diavolo strappato alle profondità dell’Ade, quelle note così protratte e dilatate tremolavano come fuochi fatui in un cimitero. Era tutto un doversi guardare alle spalle, convinto che prima o poi legioni demoniache sarebbero sbucate dal nulla, da un portale nella mia cameretta per risucchiarmi con loro in qualche gora dall’eterno fetore. Quella canzone, quel disco, quella band erano il Male. Non si riesce a credere quanto per un ragazzino degli anni ’80 quel mondo ossianico potesse rappresentare un ponte concreto e credibile verso le profondità più nascoste della Terra.
La prima volta che ho acquistato un disco per la sua copertina fu con “Triumph And Agony” degli Warlock. Di nuovo in Inghilterra. Ero entrato a pieno titolo nel mondo dell’heavy metal ma ero un neofita, mi mancava tutto, dovevo comprare e scoprire ancora tutto. Dunque, andavo nei negozi e cominciavo a scorrere gli scaffali. Il primo richiamo era sempre la copertina dell’album. Agli Warlock ci arrivai semplicemente per la magnificenza di quel disegno di Geoffrey Gillespie. Per mia fortuna, data la casualità dell’acquisto, anche la sostanza oltre alla forma si rivelò di altissimo livello, ma tutto sommato fu un caso. Il quarto ed ultimo lavoro degli Warlock rimane a tutt’oggi uno dei miei dischi del cuore. Ovvio che gli Warlock siano diventati dei miei beniamini, e con loro Doro Pesch, la mia prima cotta adolescenziale. Album enorme, copertina enorme (soprattutto quella in versione gatefold apribile), cuore di Germania enorme.
La prima volta che ho sentito i Death SS fu a casa di un amico, mentre giocavamo a Subbuteo. Un amico di suo fratello, molto più grande di noi, gli aveva prestato la cassetta di “In Death Of Steve Sylvester”. L’ascolto doveva farci ridere, eravamo pronti a prendere in giro la band (vista anche la copertina dell’album), ma non accadde niente di tutto ciò. Anzi rimanemmo di sasso. Già all’attacco di “Vampire” lo spazio ed il tempo si fermarono, assieme alla pallina del Subbuteo. Questi erano italiani, misteriosamente italiani, fiorentini per giunta, circolavano le storie più incredibili su di loro e il disco che stavamo ascoltando aveva un’aurea diabolica e maledetta che ci inchiodò immediatamente alle nostre responsabilità. L’Entità ci aveva scavato un buco nel cervello. Il giorno dopo ero già al negozio di dischi a comprare l’album. Nacque così una lunghissima storia d’amore mai interrottasi. Indimenticabile l’eco di terrore spettrale scatenato da “Terror”, la lancinante disarmonia di “The Hanged Ballad”, la maestosità regale di “Black Mummy”, l’ineluttabile senso di fine di “Death”, un punto di vista sulla morte originalissimo.
La prima volta che ho sentito un album death metal non fu un album death metal. Ero come al solito a cercare vinili in negozio e a un certo punto il boss della baracca mette su un macello sonoro. Erano lame che ti dilaniavano le carni, ulteriormente brutalizzate da una voce che si disfaceva strofa dopo strofa e puntellate da una batteria a mitraglia che avrebbe conquistato la spiaggia di Omaha Beach in pochi minuti. Almeno a me suscitò esattamente questa serie di immagini pittoresche.
Mi avvicinai con fare fintamente disinibito allo stereo del negozio per capire di cosa si trattassi e vidi svettare la copertina di “Beyond The Unknown” degli Incubus. Allo stato attuale era la cosa più truce e violenta che avessi mai ascoltato (“Ride The Lightning” lo avevo metabolizzato alla grande). Per anni ho letto sulle riviste trattarsi di death metal, anche se in verità “Beyond The Unknown” è solo un disco di thrash metal particolarmente efferato, ma fu la l’introduzione necessaria ad immettermi definitivamente nel panorama death. Quando tornai al negozio la volta dopo chiesi con orgoglio un disco che suonasse “come quello degli Incubus”. Il negoziante mi ammollò il primo dei Deicide, sornione. “Deicide” e “Beyond The Unknown” sono due dischi che non si incontrano nemmeno per sbaglio ma, per il negoziante che vendeva metal senza sapere cosa diavolo fosse, il collante tra i due album era il frastuono. Beh, nella sua vaghezza, mi introdusse in un mondo meraviglioso. Tocca anche ringraziarlo.
La prima volta che ho sentito qualcosa di completamente diverso fu quando comprai a 3.000 lire dell’epoca il cd di “Precious Cargo” degli High Tide. Conoscevo la band di fama, sapevo che era una delle preferite di Steve Sylvester e sapevo che i dischi da avere erano altri, ma dato che erano fuori mercato e quello era l’unico disponibile, per altro a prezzo stracciatissimo, me lo accaparrai. Quando mi ritrovai ad ascoltarlo nel silenzio di casa mia mi resi subito conto che non avevo mai sentito niente del genere. Pura ipnosi, schiavizzato nel giro di pochi minuti. Inutile dire che, nonostante la grandezza di tutto il resto che gli inglesi avevano realizzato in carriera, “Precious Cargo” rimane il mio disco del cuore degli High Tide, per la rivelazione che costituì quando lo ascoltai per la prima volta. Un concentrato di alchimia, incantesimi ed esoterismo dal quale non sono più uscito. Non esiste un’altra band come gli High Tide.
La prima volta che ho sentito Nina Hagen è accaduto vedendo in tv il videoclip di “Hold Me”. Avevo 15 anni e quei 4 minuti mi stregarono sul colpo. La canzone era un coacervo stritolato di blues, soul e punk, sguaiato e ammiccante come il personaggio freak di Nina. Ma soprattutto ciò che mi arrivò forte e chiaro dallo schermo della tv, da quell’insieme di suono e immagini, fu puro erotismo. Nina Hagen era sesso, urlato, disperato, totale, eppure a suo modo sottile, intellettuale, non volgare. I miei ormoni mi accompagnarono al più vicino negozio di dischi per comprare l’omonimo “Nina Hagen” e metterlo sul piatto, immaginando mondi di morbidezza e lussuria punk in compagnia di quella che per me era la donna più sexy del pianeta Terra.
La prima volta che ho sentito i Domine è stata in uno dei miei periodici pomeriggio al negozio di dischi. Il 1997 era la coda di un decennio che il metal lo aveva strapazzato, mortificato ed umiliato, e questi italiani, anzi fiorentini, che se ne uscivano con un digipack di pura ortodossia borchiata erano quantomeno coraggiosi. Lo ascoltai lì per lì in negozio e mi si spalancò un mondo. Già, perché per fatti miei ero nel pieno della mia scoperta di Michael Moorcock e del suo Elric Il Negromante, e scoprire pure che sulla copertina dell’esordio dei Domine c’era proprio lui, con la sua chioma albina e il suo codazzo di draghi, e che l’intero album era un concept dedicato all’universo di Moorcock, fu una stretta allo stomaco. Inutile dire che “Champion Eternal” mi piacque istantaneamente, compresa la produzione approssimativa da metal band italiana dell’epoca, tutto il pacchetto era semplicemente fantastico, irresistibile, fatto apposta per me.
La prima volta che ho sentito i Nightwish è stata con “Oceanborn”. Disco incredibile. Una di quelle volte nelle quali mi sono reso conto di stare ascoltando qualcosa che cambiava davvero le regole, le basi di un genere fondativo, o meglio, tracciava la via di un nuovo filone all’interno dell’heavy metal. C’è un prima e un dopo aver ascoltato “Oceanborn”, sintesi perfetta di opera, elementi folk, gothic e fantasy dentro il metal. Ma soprattutto c’era lei, Tarja Turunen, una fuoriclasse assoluta, la cantante che nessuno aveva in formazione nel 1998, perché nessuno suonava come i Nightwish nel 1998. Una esplosione, un sapore totalmente nuovo, fresco, entusiasmante, potente.
La prima volta che ho comprato un vinile raro da un antiquario è stata anche l’ultima. In mezzo a vecchie stampe di libri fuori catalogo, motivo per il quale ero entrato in quel negozio (ero alla ricerca di una copia di Cristoforo Colombo – Ammiraglio Del Mare Oceano di Samuel Eliot Robinson, testo del 1962 che avevo studiato all’Università per un esame di Storia Moderna e che si era rivelato uno dei libri più avvincenti che avessi mai letto in vita mia), mi capita tra le mani “Volo” dei Goblin, uno dei loro rari album non cinematografici. Lavoro pop del 1982, abbastanza ripudiato perché lontano dalle sonorità “alla Goblin”, dai tratti quasi sanremesi, certamente minore, ma con un pezzo clamorosamente bello che da solo valse l’esborso di quasi 40.000 lire, “Giornata Isterica”. La title-track fu sigla della trasmissione televisiva “Discoring”. Dei Goblin classici ci sono Pignatelli e Guarini, a cui si aggiungono altri tre musicisti Marco Rinalduzzi (chitarra), Derek Wilson (batteria) e Mauro Lusini (voce), anche se Marangolo e Martino figurano come ospiti.
La prima volta che ho sentito una band funky metal si trattò dei Mordred di “In This Life”, che già conoscevo in realtà per “Fool’s Game”, ma nulla poteva prepararmi al suo successore a tinte verdi. Disco enorme, colossale, caposaldo di un genere. Il funky metal fu un esperimento molto curioso in ambito metal, durato un fazzoletto di anni; se n’è andato così com’è arrivato, da zero a mille e poi di nuovo zero. Non fu granché compreso, tutta quell’ironia soggiacente, quei ritmi dinoccolati decisamente poco seriosi e accigliati, nonché quelle pose antitetiche ai grugni incattiviti da retrocopertina dei vari Kerry King e Jason Newsted, non potevano essere tollerati, accettati in un mondo di maschi alfa. In appena un paio di anni uscirono un miliardo di dischi, Ignorance, Mind Funk, White Trash, Urban Dance Squad, Scat Opera, Atom Seed, Scatterbrain, per non parlare di Faith No More, Living Colour, Primus e band consolidate come Anthrax, Death Angel, Nuclear Assault, Suicidal Tendencies, etc, che flirtavano apertamente col funky. Un meraviglioso climax che durò un batter d’occhio ma che ci ha lasciato una manciata di album imperdibili e divertenti (…quasi una blasfemia per il popolo borchiato filospinato). “In This Life” rimane il manifesto di quel movimento e di quei giorni.
La seconda volta che ho sentito qualcosa di completamente diverso fu quando ad una mostra del disco comprai “The Triumph Of Light…. And Thy Thirteen Shadows Of Love” degli Ordo Equilibrio. Ricordo il viaggio di ritorno (da Bologna) in macchina con quel cd. First reaction: shock! Davvero nulla di tutto ciò che avevo a casa suonava come quel folle disco. Era inquietante, malvagio, arcano, sinistro, imperscrutabile, era come essere David Bowman che attraversava il buco nero e si ritrovava nella sua stessa camera da letto dall’altra parte del multiverso. Senza contare tutto il portato terrorizzante dell’iconografia para-religiosa usata in modo così blasfemo, con Cristi decapitati e continui riferimenti sessuali a tinte BDSM. È stato grazie a quell’album che è iniziata la mia esplorazione del mondo ambient neofolk (e poi synth/dark/wave/electro/eccetera). Una band speciale che per un decennio almeno, a cavallo tra anni novanta e duemila, ha scritto la storia, la mia storia.
La prima volta che ho sentito i Nile è stata anche l’ultima volta che ho sentito qualcosa che in ambito death metal mi abbia veramente sorpreso. I Nile sono stati l’ultima vera novità in un genere che oltre a far impennare tecnica, velocità e brutalità a livelli parossistici, non ha saputo rinnovarsi granché. I Nile con il loro biglietto di sola andata per l’Egitto (un Egitto totalmente assorbito e armonizzato nelle composizioni e nel concept della band, non solo usato come intro alle canzoni o in copertina), sono stati una vera e propria “nuova sensazione” del filone death metal. L’Egitto è parte integrante della loro musica, né è la scaturigine e il motore. È vero, dopo quasi 30 anni di attività le cose poi si sono ridimensionate e normalizzate, fisiologico che sia accaduto, ma ai tempi di “Amongst The Catacombs Of Nephren-Ka” e “Black Seeds Of Vengeance” i Nile sono stati veramente “qualcosa”.
La prima volta che ho sentito i Savatage ho pensato di essere a teatro. Ricordo perfettamente che ero per strada con il walkman e feci partire la cassettina che mi ero duplicato di “Streets – A Rock Opera”. Ricordo anche esattamente dove ero, in zona stazione di Santa Maria Novella. La cosa che mi sorprese parecchio fu quanto quel disco fosse molto più di un semplice disco fisico, quanto la sua potenza narrativa esondasse i solchi per trasformarsi in un film, un libro, un racconto fotografico. Uno spettacolo a tutti gli effetti. Con un solo ascolto ero finito sul palco di Broadway per assistere alle vicende di D.T. Jesus, un povero Cristo (nomen omen) del quale volevo sapere tutto, fino in fondo. Una qualità compositiva sopraffina, una freschezza di arrangiamenti e produzione che ti catturava con estrema facilità. Una vena drammatica da grandi romanzieri. Il sottotitolo di “rock opera” non era affatto campato per aria, si trattava esattamente di quello, un’opera rock sublime.
Menzione d’onore, la prima volta che ho sentito Madonna è stata anche la prima volta che ho comprato un vinile 33 giri. Tecnicamente me lo comprò mia sorella, perché a 13 anni non avevo i soldi, in un negozio di elettrodomestici dove eravamo per tutt’altri motivi, che aveva uno sbrigativo scaffale di vinili. E così tra un Fivelandia numero 5, un Mixtime numero 2, qualche album dei Pooh e di Fabio Concato, c’era lei, Louise Veronica Ciccone, immersa in tutti i suoi pizzi bianchi, forte di un album dalla scaletta perfetta, nove canzoni che ti strappavano via ogni dignità e ti gettavano prostrato ai suoi piedi. Ero poco più di un bambino e come tutti i figli degli anni ’80 mi innamorai perdutamente di Madonna. Il videoclip super kitsch girato a Venezia in cui la Ciccone si dimenava in gondola, ora coperta di rosari, ora avvolta da veli da sposa di tulle bianco, mi tramortì come un treno merci. Immensa diva del pop. Performer straordinaria, donna volitiva, un carro armato senza nessun reale talento se non quello di sapere esattamente dove volesse arrivare (e di saper scegliere meravigliosamente i propri collaboratori). Di fatto “Like A Virgin” è stato il mio primo disco, la mia prima volta seria con la musica, il mio primo amore, mai rinnegato, e ci mancherebbe altro.

