Nell’esplorazione musicale capitano incontri imprevisti, come trovare su YouTube il video di un’intervista fatta a Bon Scott a fine 1977.
Subito non ci ho dato importanza ma l’algoritmo, il demone che scorrazza impunito in quest’epoca, ha continuato a proporla con insistenza.
Ho un rapporto strano con gli AC/DC o meglio lo avevo, prima di vedere l’intervista: mi piacevano musicalmente i dischi con Johnson, ma preferivo la voce di Scott. Quest’idiosincrasia nel non avere con loro un rapporto solido è finita: l’intervista, m’ha sturato le orecchie. Ripensamento? Scoperta dell’acqua calda? Macché, qui c’è una nuova possibilità: questo gruppo è una creatura anomala.
Anomalo è un’aggettivo adatto più a Max Webster o i The 3rd and the mortal: indica l’uscita dalla normalità, la mutazione dall’abitudinario e anche l’inquietudine per l’alieno. Come gli AC/DC possono esserlo? Il gruppo più basilare dell’Hard Rock, considerati fra quelli iniziatici, da proporre a un neofita con Led Zeppelin e Aerosmith?
Beh, in realtà non sono così basilari e siccome UFO e Nazareth non van più di moda, gli AC/DC sono l’epitome del tellurico, terrestre, materico suono ignorante che prende il Blues, lo multi-elettrifica e lo schianta sulla pelle di chiunque. “Basilare” perché per molti è un punto di partenza; “semplice” perché volutamente tale e per altri “banale” se ci si sente slanciati verso altri lidi, tipo gli House of lords o i The Tony Danza Tapdance Extravaganza.
Eppure…
eppure, il tarlo è lì: gli AC/DC parevano nati per essere schiacciati come generici tipi qualunque finiti fra colossi ultra caratterizzati. Privi di produzioni da urlo, sgraziati, non pesanti come il Metal, anti-virtuosi. Inoltre un’anomalia geografica: un gruppo radicato in Australia ma di base scozzese; e un’anomalia interna al Rock stesso degli anni 80, perché parevano voler tornare a un decennio prima e coabitavano in classifica con “I Wanna Be a Machine” degli Ultravox Anomali nell’immagine, distanti tanto dallo sfarzo degli Angel come dalla cupa figaggine dei Blue Oyster cult ma emblematici e conquistatori.
Un’anomalia mica tanto tale, visto quel che emerge dall’intervista a Bon Scott di cui sopra e sotto.
Intervistatore: Torniamo a un anno fa. I giornali musicali vi definivano come il primo dei gruppi Punk a emergere. Da allora sono arrivati i Sex Pistols e molti che si definiscono Punk o New Wave. Ora che siete rientrati dall’America e nelle classifiche locali, come ci si sente a tornare in Inghilterra con tutta questa follia della New Wave? Attirate ancora gente?
Bon Scott: Sì, abbiamo il nostro seguito qui. Non è New Wave o Punk, ma ci sono persone a cui piacciamo. Pensavamo onestamente che la faccenda del Punk potesse rovinarci un po’ le cose, ma non è stato così. È stata una moda passeggera, ma la cosa principale è che ha dato alla musica rock un vero calcio nelle palle. Noi eravamo qui a suonare prima dei Sex Pistols e la gente sta iniziando a capire che vuole qualcosa di più di semplice rumore.
Questa si chiama coscienza di sé e capacità d’analisi, che vengono confermate più avanti.
Intervistatore: Siete sempre stati una gruppo r’n’r molto solido, ma non avete mai rilasciato un singolo definitivo per il mercato inglese. Perché? C’è confusione anche in Australia sui vostri singoli.
Bon Scott: Il punto è che noi non siamo un gruppo che fa uscire singoli. Quelli che han successo senza avere un seguito dal vivo soffrono poi in tour. Noi abbiamo il seguito; se facessimo uscire un singolo ora, andrebbe bene, ma non scriviamo canzoni specificamente per fungere da singoli. Siamo un gruppo che rende dal vivo. Se una radio come la BBC decidesse di passare un nostro brano, potrebbe entrare in classifica, ma non lo facciamo intenzionalmente.
Sono parole che anche oggi parlano in modo schietto e profondo sul rapporto con media, industria, pubblico.
Gli AC/DC ora vengono trattati come rozzi sempliciotti. Sarà vero?
Intervistatore: Parlami del mercato europeo.
Bon Scott: È strano, ci sono un sacco di “fuori di testa”. Non sono Punk e giovanissimi, ma molto più emotivi verso il rock rispetto al resto del mondo. Forse perché gli europei non sanno suonare bene il rock, quindi l’unico buono che ricevono arriva da Inghilterra, America e ora Australia.
Giudizi schietti, senza compromessi, magari non tutti condivisibili ma originali, certo distanti dall’ipocrisia in cui siamo immersi da tempo come dal modo spietato di creare rivalità ridicole. Opinioni che mostrano una visione sul carattere del pubblico attraverso l’osservazione dal palco, nel vivere data dopo data in quei paesi. Poi arriva questo momento rivelatore.
Intervistatore: “Bene, ora parlaci dei tuoi programmi per l’America.”
Riassumo: chiese al giornalista se conosceva il gruppo con cui poi fecero le date. Erano i Rush. Lui, Bon Scott, il teppista ignorante che però li conosceva; l’intervistatore no. E lì è caduta la mia superficialità.
Non mi sono mai dispiaciuti gli AC/DC, magari un po’ facevo il raffinato che aveva altro da sentire (fra Gorguts e Bad English) ora però è diverso. Tutto è cambiato. Perché son sicuro che le cose dette da Scott, cantante, compositore e portavoce, erano accettate da tutto il gruppo come posizioni ufficiali, quindi vagliate da loro e tutta la squadra di lavoro alle spalle. Gli AC/DC dunque profondi intellettuali? No, ma una squisita e coerente anomalia. E Johnson pure, come ha spesso dimostrato, è ben dentro questa cosa. Riascoltandolo ho trovato il modo di apprezzarne meglio la voce, come aggiunta logica, sviluppo necessario d’un discorso organico.
Posso solo dire grazie agli AC/DC di essere sempre stati ciò che sono e vorrei che queste mie parole arrivassero alle loro orecchie ormai piuttosto provate.

