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Editoriali

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Il primo editoriale del 2019 e la febbre da cavallo!

Editorale! Salve equinidi! Padrecavallo ha l’influenza. Sono due giorni che non mi alzo dal letto, ho la febbre alta e dolori ovunque. La gola mi duole da morire e bla bla bla. Insomma non voglio tediarvi, signore e signori, sto solo di merda. E tuttavia eccomi qui a scrivere, con mia figlia grande sulla spalla a farmi da gufo dal respiro pesante (dovuto a una lieve otturazione nasale, postuma di un raffreddamento, per fortuna lieve). Continua a Leggere

Pascolando

Un collasso bombastico per i Within Temptation

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Resist è un disco dei Within Temptation uscito nel 2019 e recensito da Francesco Padrecavallo Ceccamea.

Dovrei essere clemente con i ditintentescion (Within Temptation, lo scrivo anche correttamente per il SEO) perché è talmente facile e scontato spalare merda su questo disco (e noi appena possiamo dobbiamo liberare le stalle, cacchio). Continua a Leggere

Pascolando

Flotsam and Jetsam – In fondo al Chaos c’è musica figa!

The End Of Chaos è un disco dei Flotsam and Jetsam, del 2019.

La fine è vicina!

Da tempo il panorama di metal più “robusto” si stava rivelando poco innovativo e mancava di energia vera. Sembra proprio che ultimamente la scena però si stia rivitalizzando grazie a gruppi di sicura scuola come i Powerwolf, i Fifth Angel e i Flotsam and Jetsam, che riescono a sfornare gemme di raffinata violenza, degne di paragone con nomi sacri del thrash dei bei tempi felici. Continua a Leggere

Editoriali Pascolando

L’ultimo domenicale del 2018

E stiamo per concludere un altro anno. Siamo sempre più vicini alla bara, più di quanto ci si possa aspettare, ma personalmente mi auguro che qualcuno continui a tenere refrigerata la salma di Sdangher, anche dopo la mia dipartita, in un futuro in cui i blog saranno surclassati non tanto dai Vlog, quanto dai successori diretti… credo, ehm… i podcast.

Ma poi voi preferite i podcast o i vlog? O meglio leggersi un blog?

Non prendiamoci in giro, che da quando Instagram ha preso il sopravvento, a malapena sappiamo capire una foto non filtrata, figuriamoci un testo compiuto.

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Editoriali Pascolando

Osservarsi fare cose

Per prima cosa vorrei salutare il cavallo Giuseppe Lippi, curatore di Urania e traduttore di molti dei libri con cui sono cresciuto. Fino al giorno prima postava roba su fb e poi niente. Morto. Ho letto da qualche parte del web che non era più. Mi dispiace. Sinceramente mi spiace. Spero che ora stia sgroppando felice nel grande pascolo ultraterreno. Ma non mi faccio illusioni.  Continua a Leggere

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Chi è che comanda! Rece de L’incanto dello zero

l'incanto dello zero

Il segno del comando sono una band progressive-rock italiana. Punto. Con un identikit simile non credo che gli avrei dato nessuna possibilità. Poi ho parlato con Maximus Doomicus, un amico di Sdangher, e lui mi ha messo nell’orecchio puntuto una sfilza di pulci a non finire. Suonano come i Goblin, i testi li ha realizzati un autore esterno alla band, un tipo stranissimo, molto particolare che si è ispirato a un proprio romanzo dal titolo Lo zero incantatore. Tu che sei satanista, tu che ami l’horror, tu che certe sonorità sinistre ti ossessionano… 

E così mi sono fatto mandare il promo. L’incanto dello zero è un disco meraviglioso e ora vi elencherò i miei perché a riguardo. Prima cosa è profondamente italiano. Non ci troverete solo i Goblin e tutta la cricca prog degli anni d’oro. Io ci ho sentito anche i Litfiba di 17 Re (specie nella marcetta di Al Cospetto dell’inatteso) e i Timoria dei bei tempi di Renga (Nel labirinto spirituale). Magari i ragazzoni de Il segno del comando mi tireranno le ciabatte a sentirsi accostare a queste band però io ce le ho trovate. Come ci ho sentito lo score della serie Don Tonino sull’incipit di Al cospetto dell’inatteso. Ma cosa avete da ridere? Don Tonino era una serie riuscita per i suoi tempi, in certi momenti faceva anche paura e la colonna sonora era di gente come Franco Godi e Pinuccio Pirazzoli, grandi professionisti e compositori versatili nel cinema e la TV anni 80 e 90. 

Ma questo per dire che Il segno del comando è una band che viene fuori nuda e dura dalla terra che l’ha concepita, ed è cosa rara in Italia, specie nel rock di un certo livello. E all’estero ce li invidierebbero. Il disco L’incanto dello zero sarebbe un sogno per Mikael Akerfeldt degli Opeth. I suoi due ultimi Pale Communion e Sorceress sono sghembi tentativi di realizzare un lavoro di tale spessore, coerenza e soprattutto che suoni sinistro ed elegante, vintage e moderno assieme come molti dei lavori del nostro vecchio prog che lui si svena a comprare in vinile su ebay. 

E poi c’è questo lavoro sui testi che mi ha davvero convinto. Ci vuole audacia a cantare le parole di Cristian Raimondi. Non ho letto il suo romanzo (e sarei molto curioso di farlo) ma riconosco il grande lavoro interiore che c’è dietro alle strofe. Il cammino spirituale inteso come un labirinto in cui è necessario perdersi, la via esistenziale lastricata di false uscite e illusori rifugi, la necessità di ascendere oltre i satanismi e le religioni/filosofie distruttive, il destino solitario di chi non accetta di vivere per vivere ma vuole anche trovare se stesso… o meglio inseguire se stesso. Perché la vita è una sorta di pedinamento maldestro di un noi che è più avanti, sfuggente, sdegnoso e codardo, inarrivabile e vicinissimo. Magari non sono le parole che userebbe Cristian ma io ci ho sentito sta roba.

Ed è per questo che L’incanto dello zero è un grande album, perché ti fa lavorare il cervello a livello istintivo e immaginifico, grazie alla musica (che come nessuno sa cogliere l’essenza terrifica dei Goblin senza mai sguillare nel mero scimmottamento) ma anche con i testi, pieni di spunti sinceri, criptici ma in modo positivo, senza incaprettamenti lessicali alla Renzulli/Pelù/Battiato. Oh meglio, un po’ di Battiato nella solennità di certe frasi si sente, ma non c’è nessuna sterile ironia dietro. Da certe parole di Raimondi, così austere e unte, scaturiscono evocazioni personali che le nostre menti realizzano intorno alle spesse mura della sintassi sua. 

E poi ci sono canzoni bellissime. Dico tutto e niente ma sento profondamente questo aggettivo, bellissime: Il calice dell’oblio, Nel labirinto spirituale e soprattutto Il mio nome è menzogna sono i tre cardini di un gigantesco e minaccioso portone, i cui sigilli esoterici incombono sugli incauti bussatori. Con pazienza e dedizione però la soglia finisce per schiudersi a uno tenace bussare e rendere ai più pazzi e tignosi un buio spesso ma in qualche modo odoroso di famigliari vecchi odori e dentro di esso si aggirano voci che sentiamo di conoscere. Ne L’incanto dello zero, non tutti, ma alcuni di voi potranno forse trovare ciò che cercavano da così tanto tempo, che si erano persino scordati di cercarlo. 

Editoriali Pascolando

I Love My Compulsioni o Dimagrirò quando muoio!

compulsioni

Vivo da solo. E spesso mi sento solo. Ci rifletto molto. Faccio altre cose che non vi sto a dire, è meglio per voi che non le sappiate, quando mi sento solo. Però penso molto alla mia situazione. Quando ero sposato e avevo in continuazione delle bambine frignanti in giro per la casa o una moglie che esigeva la mia attenzione, non riuscivo a sentire il silenzio famelico che c’era sotto la mia vita. C’è sempre stato. Ora lo ascolto. Mi spaventa. A volte mi disgusta, persino.

A un certo punto realizzo una cosa, però. Abbiamo questo enorme vuoto dentro di noi, giusto? Dico NOI perché penso che, se non tutti, chi legge Sdangher.com, e in special modo i miei articoli della domenica, probabilmente ha il problema del vuoto dentro. Una specie di buco nero in cui gettiamo tutto quello che troviamo, ogni cosa, nella speranza di saziarlo, almeno per un po’; è tipo un orco dello spazio, sappiamo che vuole noi, e prima o poi ci ingoierà, intanto cerchiamo solo di tenergli la bocca piena, e guadagnare del tempo. Tempo che usiamo malissimo. 

Ok, smetto col noi e riparlo di me. Mi sento più a mio agio. Il vuoto che ho dentro, acusticamente è un silenzio pesante. A livello di gusto è una sorta di fame enorme e indiscriminata. Non odora. Spesso mi tocca e mi fa sentire un gran freddo lungo tutto il corpo, dentro fino alle ossa. Ma non odora. O forse sì. A volte sa di minestrone o di candeggina. Lo associo ai bagni delle elementari e delle medie. Anche quando erano puliti facevano schifo. E puzzavano di piscio, merda e candeggina. Quello è l’odore del mio vuoto.

Comunque. Cosa faccio per non sentire il vuoto, per non vederlo, per non farmi toccare e congelare da esso? Tante cose sbagliate. Magari alcune giuste ma la maggioranza sono sbagliate. E non risolvono nulla. Mi fanno stare peggio. Come cambiare aria accendendo una sigaretta. Almeno respiro tabacco e non tubo di scappamento. Volete degli esempi precisi? Mangio cose che mi fanno male; in quantità eccessive. Compro cose di cui non ho assolutamente bisogno. Scrivo a persone che non mi vogliono bene. O che non sono più interessate a me. Lo so. E gli scrivo lo stesso. Ciao, ti pensavo. Come stai? Non so perché, l’orgoglio mi dice: lasciali perdere, sono dei pezzi di merda, chiaramente non gliene frega nulla di te, oppure non ti hanno mai perdonato per ciò che gli hai fatto, ma sai cosa ti dico, tu hai fatto bene a farglielo e non devi sentirti in colpa, mai. E invece eccomi lì che scrivo, ehi, non ti ho mai detto che mi dispiace di ciò che è successo. Ho rovinato tutto io, sono il solito deficiente. 

Ecco, sia chiaro. Se io e voi abbiamo litigato e io dopo mesi o anni di silenzio vi scrivo, non è quasi mai per ammettere le mie colpe, per patetica incoerenza o puro affetto. Siete una mia compulsione. Non vi rallegrate. Siete come la torta al cioccolato Gianduia che ingurgito sebbene a me il Gianduia non piaccia. Siete la mia diarrea di domani. O i libri che non leggerò mai. Dopo averli comprati li metterò sullo scaffale a prendere polvere fino a quando non li regalerò a qualcuno o magari li abbandonerò su una panchina. Senza averli mai sfogliati. Non si possono leggere le compulsioni. E vi odierò più di prima, con o senza il vostro supponente perdono del cazzo.

Non ho tregua. Da quando vivo di nuovo per conto mio, i miei demoni stanno facendo una infinita gangbang con me.  E io ho smesso di urlare e piangere da un pezzo. Ma non stanno solo in casa. Li trovo ovunque. Persino in un posto protetto come una libreria io non riesco a difendermi dai miei demoni. Entro felice e ne esco con sette volumi di filosofia, e cento euro in meno nelle tasche.  L’altra settimana ho caricato la mia postpay. Ci ho messo cinquanta euro. Lo faccio almeno una volta al mese. Di solito poi torno a casa e ordino libri su ebay o amazon. Questa volta però mi sono messo al pc e dopo un po’ ho realizzato di non avere nulla che desidero davvero comprare. E sono andato in crisi. 

Da due giorni continuo a chiedermi, sul serio niente da comprare? Come posso spendere quei cinquanta euro? Magari non spenderli. Tienili per un’emergenza. Ma no, i soldi dell’emergenza sono nel cassetto dell’emergenza. Quei cinquanta sono per i libri. Tu DEVI comprare dei libri!

Pazzesco, no? Compulsioni. Ne siamo pieni. Io prendo quattro caffè al bar ogni giorno. Per un periodo avevo smesso. Ne bevevo solo a casa. Ora ci sono ricaduto. Non mi serve tutta quella caffeina. Mi serve entrare al bar, guardare il culo alla barista, prendere un caffè di cui non ho voglia, spendere un euro e uscire dandomi dello stronzo. Potrei dirle: metti in una tazzina un goccio di acqua liscia e dammi le spalle mentre lo fai. Magari mi fa pagare pochi centesimi. Così alla fine del mese ho una trentina di euro in più da spendere in libri. Un euro a caffè per una media di 4 al giorno per 30 giorni, quanto fa? 120 euro al mese. Sono un mucchio di soldi! Potrei usarli per acquistare biancheria intima femminile da indossare quando mi sento troppo triste!

C’è chi dice che si vive una volta sola. Possibile che dobbiamo farlo cercando di guarire da noi stessi? Possibile che dobbiamo sprecare una vita intera a risolvere problemi che noi stessi ci causiamo?

Ma eccovi la domanda da un milione di zoccole a gratis: siamo così sicuri che quei problemi si possano eliminare? Io credo che sia impossibile separarci da quei problemi, perché quei problemi SIAMO noi. Sono come i nostri organi, le ciglia, le dita. Siamo noi. Quindi passiamo la vita a cercare di separarci da noi, di buttare a mare pezzi di noi che non rientrano in un ipotetico schema ideale di come dovrebbe essere “il tipo giusto”.

Ma secondo voi chi è il tipo giusto? Provo a dirvi il mio. Sposato, felice, innamorato e ricambiato, figli sani e belli, genitore premuroso, amante sempre attivo e appassionato con la propria moglie. Fedele. Sincero. Buon lavoro. Stipendio da 4000 euro. Autore di successo presso un grosso editore. Ecco chi non sono e chi sento di dover essere. E non mi riesce. Ci ho provato e per un po’ mi sono illuso di essere diventato quel tipo giusto. E non ero felice. Mi dicevo: cosa hai che non va? C’è tutto lo schema e non ti dai tregua? Ora capisco perché: era uno schema suggeritomi dal mondo. L’approvazione degli altri era necessaria più della mia felicità.  Pareva che dicessi: “hei, sono sposato, ho due figlie, guardatemi, sono abbastanza normale, adesso?

Lo schema ora è saltato. E non sono felice nemmeno adesso. E non lo ero neanche prima. Dopo la nascita di Matilde andai in depressione. Una cosa orribile da dire, ma vi interessa la verità o volete che vi prenda per il culo? La nascita di un figlio non produce automaticamente solo gioia e spensieratezza. Diventare genitori può sconvolgervi al punto di farvi uscire di testa. E io ero depresso. Ma ero un uomo sposato, amato, con figlie sane e belle e un buon lavoro, non lo capiva nessuno perché stavo male, a stento nemmeno io. O meglio nessuno di quelli che credevano ciecamente nella validità dello schema: amore-matrimonio-figli-famiglia-gioia. Ed erano quasi tutti single senza figli. Ed erano tutti frustrati perché cercavano di rispettare lo schema e non ci riuscivano. E stavano in ritardo. Perché nello schema l’età giusta era 30-40 anni al massimo. E loro ne avevano 45.

Ora la mia infelicità la capiscono tutti, ma solo perché adesso non sono più in quello schema. Quindi sono infelice perché non rientro più nello schema felice. Uscirne è stato magnifico. Non volevo quel ruolo, non era per me. Ci ho messo dieci anni ad ammetterlo. Ci ho provato con tutto me stesso, ma non funzionava.  Ma ora, soffro perché non voglio nemmeno questo ruolo: genitore separato, single, che vive solo. Cazzo, mi viene da ridere ma la verità è che io soffro sempre, porcaputtna. E non ho un nuovo schema. Non vorrei averlo. Perché sarà limitante e insoddisfacente come ogni schema. Il mondo è acqua, energia. Lo schema è quattro tubi di cartone in cui cercare di contenere gli ingredienti cangianti del mondo. Ma la mente lavora in questo modo. Crea schemi in cui entrare, programma, organizza strategie di battaglia per la nuova vita. Per il nuovo amore. Siamo sempre in guerra.

E io so che mentre dico no e provo ad ascoltare la mia vera voce dentro, il caos, la paura, il gelo o come vogliate chiamare il vuoto che mi mangia vivo, sta già avendo la meglio. E se pure un giorno io riuscirò a riempire quel vuoto, poi dovrò morire. E la morte, rispetto al mio piccolo buco nero, è un immenso tunnel di pece. Così terribile che il mio buchetto quasi è accogliente e mi dispiacerebbe dirgli addio.

Eppure sono certo che è sano rifuggire la solitudine, il vuoto, il buio e la morte. E farlo con qualsiasi mezzo è sempre meglio che non farlo. Le mie compulsioni sono un problema. Averle però è sano. Perché questo mondo terribile non ci insegna a parlare con noi stessi e soprattutto ad ascoltare noi stessi. Non ci dice nessuno come gestire certi dolori, paure. Quindi esco, vado a prendere un caffè di cui non ho bisogno, compro un libro che non voglio e al ritorno scrivo a una ragazza che chiaramente non me la darà mai. Ma mentre esco, con questo programma bene in testa, mi sento leggero e per un attimo il vuoto è mio amico. Faccio quello che vuole lui. Fino al mio ritorno io divento il vuoto. E mentre sono il vuoto io riempio di azione e movimenti la mia esistenza. E sorrido. E chi mi guarda magari si dice: ecco uno che sa godersi la vita. 

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Cazzo che me ne frega

Cazzo che me ne frega

Stavo camminando per strada col cane e ho pensato: “per tutti gli zoccoli, ma questa Domenica tocca a me e non so che diamine dire!” Purtroppo non ho avventure incredibili da raccontare. Davvero, sto talmente annoiato che passo le giornate a masturbarmi più volte di fila. Altro che no nut November. Questo è il mio nut November.

La cosa più estrema che ho fatto è sentire questo pezzo così tante volte che m’è venuta l’orticaria. Non so come le due cose possano essere associate, ma è l’unica cosa a cui riesco di dare una colpa.

Più che no nut, mi verrebbe da dire no concert. L’unico che sono riuscito a godermi è stato quello dei Taake settimane addietro.

E allora perché non c’è stato un live report?

Non è che posso fare live report d’ogni buco di culo al quale partecipo. Ci deve essere almeno un qualcosa di epico da narrare, tipo che magari ho visto tizio, toccato caio, limonato sempronio. Cioé, a parte farmi raccontare l’erezione di Hoest, non c’è stato niente di eclatante.

Ah già, gli anti-fa di Bologna che volevano boicottare l’evento perché i Taake sono nazisti. Fighette, se quelli sono nazisti allora lui cosa è?

Non è black metal, ma porco dio questo è vero odio razziale.

Poi perché noi di Sdangher ci siamo astenuti dal parlare dell’argomento? Perché non posso stare ogni volta a raccontare di quella volta che mi sono spremuto la cisti sopra il mio pene da solo. Mi sa che se torna di nuovo devo farmela controllare da un dermatologo.

Comunque, i Taake. Sentite, io li ho visti. Hoest era bello in forma, nonostante il nuovo taglio di capelli. Ero indeciso se avesse rinunciato alle armate ariane per entrare in un gruppo skin head o semplicemente voleva prendere in giro i bambini col cancro. Comunque sia siamo rimasti un po’ a parlare. Una persona squisita, allegra, felice della nostra bianca nazione, senza mai citare una volta LVI.

Con gli anti-fa è sempre quello il problema; hanno la parola fascista nel loro nome. L’unica differenza tra loro e “il nemico” è solo il colore della bandiera alzata, ma in fin dei conti se non la pensi allo stesso modo sei un fascista, no?

Quindi io sono fascista? No, però mi sono rotto delle eticchettazioni. 

Se non sei cattolico, allora non credi in niente, e se non sei anti-fascista allora sei fascista. E se non voti lega? Sei del pd ovvio. E se io fossi la terza opzione che tutti temono d’usare, quella del cazzo che me ne frega?

Appunto che cazzo me ne frega

Mi è sorta una domanda infatti, che credo di aver già trattato in passato, che recupero in questo episodio: posso continuare ad apprezzare un artista quando fa qualcosa che devo disprezzare, o devo fare il bimbo minkia che no io non posso ascoltarlo dopo quello che ha fatto/detto, e tutti i suoi dischi passati improvvisamente fanno cagare ora?

I Behemot. Nergal. Dai, lo sappiamo tutti che in quel tour bus ha violentato quella ragazza, o abbiamo la memoria corta? Ed è anche un maschilista affermato. Eppure do per certo che I Loved You at Your Darkest non sfigurerà nella top list di fine anno di molte riviste.

L’ormai ex chitarrista dei Manowar Karl Logan è un pedofilo. Si masturbava guardando foto di bambini, ma non ho ancora visto nessuno bruciare il vinile di Warriors of the World.

Cambiamo genere, cambiamo toni, una notizia che ha scosso pure me dai. Louis C.K. Si è fottuto la carriera perché non sapeva tenere il gingillo nei pantaloni. E lì ragazzi sono caduto pure io dalla sedia urlando che non era possibile, ma le sue clip mi fanno ridere ancora oggi. Però sì, ora quando riascolto i suoi discorsi sulla masturbazione ho una reazione diversa, ma…

Il punto è che io ho voltato le spalle a tutto ciò. Io faccio parte del partito del cazzo che me ne frega. Perché basta. Se giudicassi l’arte secondo la mia morale, se giudicassi gli artisti solo secondo i canoni che ritengo corretti dovrei leggere solo libri scritti da proto femministe vegane del Quebec, fumando marijuana light non ogm, comprando un dvd originale d’un film d’autore dalla videoteca sotto casa, caricando il revolver per giocare alla roulet russa a sei colpi in canna.

Io scelgo il cazzo che me ne frega.

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BoJack – La vera vittima di BooJack è…

BoJack Horseman quinta stagione

Ne è passata d’acqua sotto al ponte di Netflix prima che mi decidessi a parlare dell’ultima stagione di BoJack Horseman. Siamo arrivati infatti alla quinta del personaggio ispirato dal nostro blog (te piacerebbe… npc): vale a dire ben cinque anni di alcolismo cronico, depressione, droghe e traumi.

Ricordo ancora la mia amica che mi passò il link imdb di questa serie, quando Netflix in Italia era ancora un sogno lontano, vissuto al massimo col proxy per i più smanettoni, col torrent per i morti di fame come me.

Che cosa posso dire su quella che si conferma l’epopea più drammatica del nostro compatriota cavallo uomo?

Ho stilato sulla mia agendina una serie di spunti, idee, consigli, capitoli a cui vorrei fare riferimento, sezionando non tanto la serie episodio per episodio, ma argomento per argomento. Qualcuno lo salterò, magari qualcuno me lo inventerò, ma siamo cavalli e come c’insegna il nostro coinquilino Bojack, tutto si può risolvere con…

La Droga

Hollywoo è terra fertile per le dipendenze.

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È il classico esempio di personaggi che mostri a tuo figlia e gli dici ‘se non studi e ti droghi, diventerai come Lindsay Lohan’.
Un’attrice di Disney Channel smutandata? Anche, oltre che drogata.

Avevamo lasciato BoJack con una serie di problemi, lutti, sconfitte, ma anche vittorie, un nuovo contratto di lavoro, la famiglia allargata, prospettive per il futuro, ma anche un’amica defunta, un quasi tentativo di sesso con minore e una famiglia distrutta.

La vita di una star come c’insegnano i luoghi comuni e le testate di gossip è come le montagne russe. A volte i binari si rompono, la carrozza vola fuori, finisci in un fosso, hai giusto una spalla slogata, ti senti pungere la gamba destra e scopri che sei caduto nella fossa comune delle siringhe usate dai drogati.

Per certi versi ho visto un chiaro riferimento a quegli attori, così immersi nel proprio ruolo da non saper più distinguere tra realtà e finzione. Forse è anche colpa della sua abitazione identica alla scenografia del suo nuovo ruolo/telefilm Philbert?

Ma no va tutto bene, si è solo schiantato da un palazzo su una macchina. Ma no va tutto bene, deve solo prendersi delle pasticche. Quante volte ci hanno detto, o peggio ammettiamolo, siamo stati complici di questa superficialità. Ehi, non puoi farmene una colpa però. La mia vita è già un troiaio, perché devo aggiungere te alla merda che mi piove in testa? Ed è qui che colpisce BoJack. Siamo tutti dei menefreghisti, fino a quando il problema non cade appunto come una pioggia di merda sulla nostra testa.

Il protagonista non viene certo incontro, col suo carattere duro come un muro di mattoni tra il Messico e gli Stati Uniti.

#MeToo

Sveglia america, le donne vengono stuprate e vi voltate tutti dall’altro lato.

Personalmente parlando mi fece molto ridere quella comica che disse sempre su netflix:

‘Donne, cosa v’insegnano a urlare quando state subendo un’aggressione? Aiuto, c’è un incendio. Perché la gente si sentirà più in dovere di aiutarvi se c’è un incendio in corso nelle vicinanze, piuttosto che quando state per venire stuprate.’

Però alto la moralisty dell’ultima ora. Non una giovenca è stata violentata, o quasi, ma anzi in BoJack fa capolino il famoso hashtag, tornando di nuovo come nel caso delle armi nella precedente stagione, a sfottere il passivo maschilismo americano nei confronti delle violenze sessuali.

Basta andare a fare una conferenza, versare due lacrime e bum, ti sei beccato un posto in prima fila in paradiso, però aspetta, prima beccati questo ruolo in questo film. Perché la TV e la pop culture ci hanno insegnato a digerire il letame che accade nel mondo e… normalizzarlo.

Giusto oggi ho acceso la tv è sento la solita storia di femminicidio, e dico solita perché appunto è una news standard, nella norma. Normalizzata. Ho pensato ‘un altro ancora’, come se fosse normale accendere il telegiornale e sentire dell’ennesima tragedia consumata tra le mura domestiche. Digerita nello show mediatico come appunto l’ennesimo stupro dietro le quinte.

E sapete cosa? Siamo tutti pronti a perdonare, o inquisire a scelta della televisione. Perché potremmo anche usare un hashtag online in cui invitiamo a difendere le vittime, ma se bastano due lacrime e una conferenza per pulire ogni peccato, allora chi è il vero carnefice?

Perché io sono la vittima di me stesso

Possiamo chiamarlo vittimismo se vogliamo, ma la prima vittima delle cazzate di BoJack Horseman è appunto BoJack Horseman, poiché lui è il re Mida della merda: distrugge tutto ciò che tocca.

La filosofia autodistruttiva vomitata in quell’episodio. Perché basta vomitare la vostra rabbia e dissensi contro di me, dice BoJack, per le cazzate che faccio. Poiché la mia prima vittima è me stesso. BoJack Horseman è vittima di BoJack Horseman.

Ho rivisto me stesso in quel dialogo. Ho rivisto le mie più recenti liti nelle urla nitrite da BoJack. Ho visto riflesso il mostro che nego di essere diventato.

Ma forse è solo vittimismo urlato da una scorza invalicabile di cinica ironia.

Il Funerale

L’episodio migliore della serie, l’unico sul quale mi soffermerei. È la cosa più ovvia del mondo, quanto è vera la morte stessa: che quando muore qualcuno solo allora ci ricordiamo tutto l’odio che gli volevamo riversare.

Guardiamoci in faccia. Quando muore qualcuno la prima cosa che pensiamo è quanto volevamo dirgli l’odio che covavamo, ma non avevamo le palle per paura di perderlo. E ora che è perso per sempre vale la pena conservare questo disprezzo nel proprio cuore?

No.

E BoJack è così preso dal suo monologo, la storia d’un figlio maltrattato che non riesce a smettere di farsi insultare dalla madre anche dopo che l’alzheimer le ha mangiato quel minimo di umanità rimastele. Così preso dalla propria boria di disprezzo covato dalla nascita, da non avere il tempo di fissare di fronte a se il suo pubblico, perché il suo unico pubblico è solo se stesso.

Una telecamera fissa sul comico di turno sopra il suo palco, con i suoi sketch accompagnato dalla spalla comica, un po’ rigida per l’occasione, ma che rimbalza tutte le battute senza battere ciglio. E poi quando tutto finisce torna in se, la gag è finita, l’allucinazione pure e… ma non è mia madre nella bara. E allora di chi cazzo ho parlato? Con chi cazzo ho parlato?

Verità o finzione

Forse non sono mai esistito, forse non siete mai esistiti. La droga, sempre lei, tema unico portante di questa stagione, inizia a bruciare i neuroni del protagonista, incapace di distinguere tra casa e lavoro, vita reale e finzione, più di quando passava il tempo rimembrando la prima serie che gli ha dato l’unico successo avuto, che vive in una casa identica, ironia della sorte, alla scenografia del telefilm nuovo trampolino di lancio. Non diamoci peso, o forse sì? Quanto può incidere questo sulla psicologia di BoJack? Troppo.

Famosi sono gli attori stati incapaci d’uscire dal personaggio, e Philbert in se è proprio BoJack in questa stagione. Un personaggio dalla duplice personalità, che immagina e sogna i nemici che minano alla sua carriera. Ma se il mio nemico fosse stato sempre me stesso?

Una gag come l’incapacità di riconoscere casa propria dagli studios può anche fare ridere, ma sotto effetto di stupefacenti il passo verso l’omicidio sotto crisi nervosa è breve.

Devi solo starti zitta perché io non ho… cioè se lei non fosse entrata io… io… non lo so cosa avrei fatto.

Disintossicazione

Non faccio spoiler a nessuno credo quando dico che infine viene la disintossicazione. Perché se il malato è il primo a non volersi curare, come può quindi una persona aiutarlo? Incapace di soffrire, incapace di ammettere di soffrire. Ha dovuto toccare il fondo, ammettere che forse la morte di Sarah Lin è colpa sua. Lei si stava disintossicando e lui l’ha rilanciata nel baratro. Ma la vera vittima di Bojack è BoJack.

Editoriali Pascolando

Io sono solo anche quando non mi sento solo

solo

Questo titolo va letto a mente, con la voce di Jovanotti, così suona meno amaro. La solitudine. Amata mia. Me la immagino come una donnina fragile, bianca bianca, che sta lì e mi aspetta. Mi guarda mentre vado avanti e indietro per le stanze di questa casa, sfuggo alle zone grigie, agli spifferi, le ombre, con i miei libri, la mia chitarra, il mio cazzo, i miei dischi, i miei film, i miei sproloqui shakespeariani tra il divano e la tazza del cesso. Attende, e mi sorride, sicura che prima o poi mi siederò. Mi fermerò. Tacerò. 

E allora lei si alzerà e mi si metterà vicino. Appoggerà una mano sulla mia coscia e io sentirò come un grosso cubetto di ghiaccio iniziare a colarmi lungo la gamba e da lì propagarsi per il resto del corpo, e proverò un gran freddo, ovvio. Il suo freddo. Non è mio ma suo, quel freddo. E poi lei mi solleticherà dietro la nuca, con le sue ditine lievi, mi passerà l’indice lungo la punta del naso e poi in vari punti del corpo. E io mi gratterò via il suo tocco, la sua impronta, il suo lieve accarezzo ma sarà come combattere le pulci. E proverò a non ascoltarla, ovvio. Ma le sue labbra secche e screpolate riverseranno inarrestabili, nelle mie orecchie, antichi ricordi di malinconia, disperazione e matematiche certezze che niente mi andrà mai bene se farò ancora l’errore di affidare il mio cuore e le mie pudenda a qualcun altro che non sia lei.

E allora dovrò attendere di avere di nuovo le energie sufficienti per alzarmi, divincolarmi dal suo abbraccio lascivo, malato, supplichevole. E a quel punto riprenderò a muovermi, ad agitarmi, a correre qui e lì. A darmi da fare, a sognare, progettare nuove soluzioni che mi possano tenere lontano da lei anche quando sarò di nuovo stanco, sfinito e dovrò arrendermi ancora, sedermi e attendere di averla di nuovo accanto. Lei è lì. Sta silenziosa, come una di quelle amanti devote, fedelissime, che bevono ogni parola del loro compagno, che stravedono per lui, che hanno la fiducia sicura dell’amore più folle. E sanno che prima o poi, tutto l’agitarsi di lui produrrà ancora stanchezza, e quella stanchezza lo riconsegnerà a lei.

Circolo vizioso, non trovate? Fuggo dalla solitudine e la fuga mi stanca. Mi fermo, e lei è là che allunga una mano e mi riprende.

Tutto questo correre e ritrovarmi sempre al punto di partenza. Sfinito. Con lei accanto. Mi capite? Ha atteso dieci anni. Paziente. Ha assistito alla nascita del mio amore per Mara. Ha sorriso come una brava zia quando ha visto la mia prima bambina gattonare per casa. Ha atteso mentre mi aggiravo con la piccola al collo, maledicendo la mia decisione di essere padre, così sconfitto dalla stanchezza, incapace di fare altro, se non tenere al collo quella piccola urlatrice avida e irrefrenabile all’una di notte. Ha aspettato la fine del mio amore. La separazione. E non mi ha abbandonato mai, è rimasta lì, con me.

Nelle pieghe dei miei libri, nella polvere dei miei mobili. Nella parte fredda del grosso letto che non riuscirò mai a scaldare per conto mio. Dormo con lei, ora, sapete? Parlo con lei. E quando mi risponde rabbrividisco. No, non sento le voci. La solitudine ha una voce ben diversa dalle voci che sentono i matti. Non ha un tono. Non si ascolta con l’udito. O meglio, anche con quello. Pensate a uno scricchiolio. Un improvviso tonfo. Siete soli. Soli. E quel tonfo. Quello scricchiolio. Ecco, lei ha parlato. Vi sentite tristi, all’improvviso. Vi sentite sconfitti. Lei ha parlato. E non sapete da quanto che parla e parla. Vi svegliate e andate al lavoro con un senso di catastrofe soffocante intorno al cuore. Chissà quella puttana quante ve ne ha combinate mentre dormivate? 

Lucio Dalla ha scritto una canzone, una delle più belle, che si intitola Madonna Disperazione. Lui la chiama così ma è la stessa mignotta di cui canta il suo grande amico Gianni Morandi. Bella Signora. Gianni è sempre buono. Lui fa complimenti anche alla Solitudine. Dice che è avvenente. La ascolta. “Parlami di te, del tuo mare nero nella notte scura”. Curioso perché in fondo, se confrontati, i testi di questi due brani sembrano dire la stessa canzone. E io con loro, canto di lei, senza pensarci. Per Dalla è una specie di fiera che si avventa all’improvviso, in coda a una risata, nel fondo di un bicchiere, all’inizio della sera. Si frega le mani, si pettina i capelli e disfa le pieghe del letto. Secondo me chiamarla disperazione però non è esatto. La solitudine non sempre ci rende disperati, a volte ci fa sentire protetti, altre persino più intelligenti degli altri. Il problema è che è una compagna morbosa e crede di poterci tenere a sé anche facendoci sentire svuotati, terrorizzati, disperati appunto. Bellissimo dire Madonna disperazione, ma fuorviante. Non c’è una Madonna disperazione e una Signora solitudine. Sono la stessa puttana. Mettiti a pecora, bella Signora, che stasera mi voglio divertire!

Mi sento solo ma non disperato. Se lo fossi non scriverei questo articolo. Ma ora mi ci sento, solo, in questo istante. Vi scrivo da qui, dalla stanza più buia del mio cuore, con lei al fianco. Sorride, guarda lo schermo. Legge e annuisce. Sembra lusingata. Non ha paura che io la denunci. Sa che ce ne sono tante come lei. Che sono legione. Ce n’è una accanto a tutti voi. Che annuisce e si saluta con la mia. Sono come fidanzate e segrete amanti, streghe terribili e innocenti bambine, nostre sorelle amorose perché nate assieme a noi.

Chissà perché dire che è lei, poi… Chissà perché immaginare una donna e non un uomo. Magari le donne immaginano la solitudine come un uomo, un appiccicoso, insopportabile omuncolo, un persecutorio amante che non vuole saperne di andarsene e se ne sta seduto sul divano di casa, con un mazzo di fiori secchi, grigi stretto tra le dita bianche e screpolate e con un sorriso in faccia, scemo, convinto…

Io mi figuro una donna perché credo che, in quello che avverto, in ciò che la solitudine mi offre, nel suo essere al mio fianco, io sento che c’è amore. Una forma sterile, deviata ma infinita d’amore. La solitudine mi protegge. Lei assiste e nutre i miei sforzi, a volte. Lei, se le gira bene, mi suggerisce ottime idee. Lei mi ha insegnato che c’è la scrittura, per dire e che con quella, qualunque cosa accada io posso aggrapparmi, salvarmi, scappare via. Mi ha mostrato i libri, il cinema, la masturbazione e mi promette ancora tante sorprese. Ma diventa terribile se provo a fuggire. Aspetta che crolli e poi mi fagocita. Come una mamma potente e terribile, che attende il mio ritorno prodigo, dopo l’ennesimo tentativo di fuga. Il suo abbraccio è magnanimo ma anche pieno di rabbia e gelosia. Me la fa scontare. E poi mi perdona. Mi perdona sempre. Purché resti un po’ con lei. Qualunque cosa accada, chiunque possa arrivare.