Social Network – Guardare ma non parlare

Vi ricordate cos’era Facebook nel 2008? Un simpatico trastullino, come dice un compagno di stalla, “per potersi andare a fare i cazzi degli ex compagni di scuola, vedere cos’erano diventati, avere fra le mani un grande mezzo per poter organizzare rimpatriate”. Chi di noi dopotutto non ha mai sognato di poter entrare nella stanza dell’amico e curiosare fra i suoi ricordi e i suoi segreti. Facebook arrivava dove MySpace non riusciva. Tanto impostato il primo quanto asettico e programmatico il secondo, E così la piattaforma di Zuckerberg è diventato il centro di questo buco di culo di mondo chiamato Occidente.

Con l’arrivo di politici, riviste, l’Ansa, partiti, sponsor e prodotti, Facebook si è trasformato praticamente in uno specchio del quotidiano, modellato ad hoc in base ai like ai tuoi interessi e al lordo di gente che non necessariamente la pensa come te.

Gli effetti collaterali di questa enorme Babele non tardano a manifestarsi: fake news, privacy (“il cui primo garante sei tu”, disse anni fa un famoso giornalista), gli hacker, Cambridge Analytics (ricordate?), l’era dei matrimoni “naufragati su Facebook” e dei presunti tradimenti, le amicizie suggerite e le scappatelle nostalgiche.

Entrare in un social network a un certo punto era diventato come quei videogame immersivi stile “Dragon’s Lair” e “Space Ace” in cui l’imprevisto arrivava senza preavviso, una mossa sbagliata ed eri morto.

Oggi non esiste chi non butta l’occhio ai social mentre sta al cesso, in metropolitana, fermo al semaforo (NON FATELO!) o prima di addormentarsi, eppure è innegabile che ci sia meno interazione rispetto a un tempo, e che quella esistente sia senz’altro più filtrata o latente.

Foto chi ne posta più? (Per quello c’è Instagram). Frasi “di stato” gettate in pasto a chicchessia ormai creano più imbarazzo che altro, ma soprattutto non esiste più uno spazio di confronto degno di essere definito tale, ammesso che sia mai esistito.

Io credo che dietro la ritrosia a fare commenti, a esporsi rispetto a un tempo, si sia fatta strada una dinamica che ho riscontrato su di me e sulle persone della mia cerchia a vari livelli.

Abbiamo dedicato ai social network annate intere della nostra vita e mi capita ogni tanto, ma sono convinto che sia capitato anche a voi, di ripercorrere mentalmente la storia delle nostre abitudini su queste piattaforme, facendo paragoni fra quello che eravamo e quello che siamo.

Un tempo si parlava di World Wide Web, o più semplicemente di Web; oggi parliamo di Social, che già definire Digital, l’ecosistema di cui parliamo, non è proprio alla portata di tutti.

Quello che un tempo era il Web, e che oggi potremmo definire mondo digitale, non fa più community. I blog come questo, i forum, tutte quelle forme di aggregazione nate ai tempi di Internet 1.0 sono il retaggio di qualcosa che si è sviluppato fino a circa quindici anni fa, se non di più, e mantengono tutti una loro fetta di frequentatori, commentatori, lettori, una nicchia che comunque si è perpetrata nel tempo, vuoi anche solo per affetto ai contenuti e al modo in cui si interagisce.

Interagire, ecco una cosa che la dimensione social non riesce più a fare. Ed è forse questo l’aspetto più interessante della faccenda. Il digitale non svolge più quella funzione di grande aggregatore, mentre in qualche modo il web l’ha avuta in una declinazione quasi romantica. L’apertura alla conoscenza, ai contatti, alle nuove esperienze, non era quello che volevamo? E non era forse proprio quello che ci era stato raccontato che avremmo ottenuto?

Quanti di noi si sono conosciuti sui forum, nei newsgroup o leggendo le webzine?

Ne sono nati raduni, concerti, serate in birreria, puntelli, tresche e storie di ogni tipo con annessi e connessi. L’interazione oggi non è più un momento di condivisione ma di passaggio. Se penso a Facebook o Instagram, vedo la sezione commenti quasi come un muro del pianto, dove la gente va e sbocca.

Ecco, il muro dove sbocchi quando sei ubriaco, come il tizio di ieri mattina. C’era un ragazzo che stava andando al lavoro, proprio di fronte a casa mia, ha sboccato sul ciglio della strada per poi proseguire la propria strada, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre la compagna gli borbottava dietro “ehi ma te l’ho detto, devi mangiare questo, devi bere quell’altro…”.

Facebook è la stessa cosa. Non hai più commentatori abituali ma ti aggrappi all’opinione del primo che passa e commetti l’errore di farlo perché non sono opinioni, ma autentiche sboccate, letteralmente. O come diciamo nella stalla: pisciatine.

Un tempo era più facile commentare in presenza di persone che si conoscono. Accedevi alla cerchia dei tuoi contatti, condividevi e scrivi quello che ti pareva senza remore particolari. Poi sono arrivate le pagine pubbliche, in cui ci si confronta con gli sconosciuti e con le dinamiche che conosciamo. Dinamiche che portano molto spesso a niente, ma generano indignazione e polarizzano.

Negli anni ho commentato l’inverosimile sui social, fino al giorno in cui ho capito che stavo semplicemente buttando via il mio tempo, perché tanto quelli con cui parlavo, a parte chi la pensava già come me, non avrebbero mai cambiato idea, neanche se avessi fatto sfoggio della migliore abilità retorica mai concepita.

Non mi avrebbero mai neanche dato la soddisfazione di dire “sì hai ragione, mi hai convinto” e quindi parlare per il semplice gusto di farlo. La verità resta sempre una questione d’opinione, non si arriva mai a un punto comune rischiando oltretutto anche la rissa, fra parolacce, insulti, sbeffeggi e una generale perdita di tempo che onestamente non ha più alcun appeal.

Con l’arrivo dei bot, dei profili fake, dell’intelligenza artificiale anche nel mondo dei commenti, molta gente si è stancata di scrivere qualcosa. Ho un profilo Facebook e non lo nascondo, do un’occhiata agli articoli che mi interessano, lo uso per seguire certe cose, ma molti certi versi tutto mi distrae più di un tempo. Se leggo un articolo su Gaza, ecco che l’algoritmo me ne propone altri dieci e finisco per leggerli tutti di fila; ma se guardo i commenti sotto, non mi viene neanche più da scrivere.

Uno, perché non necessariamente il mio commento porta un valore aggiunto alla discussione; per quanto ci possiamo impegnare, gli argomenti sono condivisi con toni così divisivi e fulminei che difficilmente offrono particolari spunti di riflessione, a differenza di un pezzo apparso su un blog o su una testata. Articoli e post presi, buttati lì a mo’ di flash, in modo così istantaneo, generano dei commenti abbastanza poveri, vuoti, essenziali e quelli veramente memorabili sono davvero una manciata. Tutto il resto è monnezza.

L’unica cosa che mi piace commentare è la serie A2 di basket, per cui tutte le domeniche sera c’è la pagina del risultato con sotto circa duecento commenti di tifosi accaniti che discutono animatamente, si affrontano e più raramente si mandano a fare in culo. C’è anche un mio commento alla partita, anche se ultimamente sempre meno, perché poi alla fine, che devi scrivere di una partita di basket?

Commentare, la gente lo fa comunque meno, è come se ci tenessimo tutto dentro, o forse prima esternavamo troppo anche quando non era necessario. Soprattutto, abbiamo davvero bisogno di tutti questi feedback? Questo flusso continuo di pareri scadenti è la grande novità dei nostri tempi e si fa davvero fatica a coglierne il valore.

Provate a chiedere a un giornalista nato ai tempi della carta stampata quanti potessero essere i riscontri che riceveva direttamente dai lettori. Oltre a dirvi che erano pochi, vi dirà che ai tempi viveva bene lo stesso, senza il bisogno di questo continuo dialogo con chi legge.

Il carico ce l’ha senz’altro messo la pandemia: discussioni violente e infinite, un uso dei social totalmente barbaro con cui insultare gli altri e dove cercare di avere ragione sugli altri, e i vaccini, e le cure, e il governo ha fatto e il governo non ha fatto, bla bla bla. Il risultato è che ti svegli al mattino e la prima cosa che fai è andare a vedere le notifiche di quello con cui stavi litigando la sera prima, di quanti “mi piace” hai ricevuto, di quanta gente è d’accordo con te, se quello con cui stavi litigando è stato zitto e quindi hai vinto tu, eccetera, eccetera, eccetera.

A un certo punto inizi a capire che la vita reale è un’altra cosa e che tu, a differenza di una ragazzina o un ragazzino che diventa famoso come influencer, gironzoli attorno alla tua cricca di “mi piace” e non riesci a farne una professione, mentre nel frattempo qualche amico ormai l’hai perso per strada perché ci hai scazzato, per le tue opinioni, le tue idee che prima magari non condividevi quasi con nessuno.

Decine, centinaia fra i tuoi conoscenti/amici occasionali hanno iniziato a capire come voti, come la pensi, che idee hai sulla società intera; quindi, ti sei giocato in un certo senso la tua neutralità che il mondo para-social ti garantiva, di vedere quelle persone giusto un paio di volte all’anno, ai concerti o alla ricorrenza di turno, bella come va, tutti amici finché ognuno non si espone e finisce lì.

Oggi prima di lasciare un “mi piace” o un commento ci pensi quel tanto per dire “se scrivo questa cosa, cosa ci guadagno, a cosa vada incontro, chi mi risponde?”

Questa è stata la parabola dei social e, sono convinto, di tante esperienze individuali in questo mondo parallelo. Ci tenevamo un sacco a dire la nostra su qualsiasi cosa, talvolta anche con quella punta di vanità e perché no, presunzione di avere ragione. La vera vittoria oggi è non dire niente, cioè non commentare.

Per molti l’astinenza non è mai stata una strategia di riduzione del danno efficace, eppure oggigiorno, ogni tanto, un bel vaffanculo a Facebook ci sta tutto. Perché vinco il tempo e la vita reale. Quel post che hai appena letto non ti piace e in fondo sono tutte cazzate, ma tanto il tuo intervento non cambierà la vita di nessuno, quindi fai un bel respiro, vai a farti una passeggiata goditi questa bella giornata di sole, fatti un caffè al bar sotto casa.

Puoi vincere solo in quel modo lì, punto.

Questo secondo me ha causato l’allontanamento di milioni di persone da Facebook e forse anche dai social, milioni di utenti che di fatto si sono rifugiati su quelle piattaforme dove l’interazione è minima, si va su Instagram per condividere la foto alla pokè che hai comprato da mangiare, o quella di te con le chiappe di fuori in vacanza al mare, oppure al concerto-

Tutta un’interazione minima abbastanza superficiale che non scomoda le idee, non scomoda gli ideali, le opinioni, i gusti e tutto va avanti tranquillamente. TikTok stesso principio, brevi video di te che caghi, di te che fai il balletto, di te che vai al concerto o canti in cameretta mezzo stonato.

I social hanno portato a cozzare in maniera del tutto innaturale e in un modo che non era mai avvenuto prima milioni di persone su tutto lo scibile umano.

La prevedibile conclusione, che un tempo non lo era tanto mentre oggi possiamo dire di sì, è molto terra terra, ossia che ognuno ha le sue idee, siamo tutti diversi e non puoi trasformare in tondo quello che hai quadrato. Tutto ciò che rilanciamo, pubblichiamo, condividiamo, è destinato a perdersi nella nostra memoria digitale collettiva.

La gente torna a interagire in modo più spontaneo, dà vita a piccoli gruppi Whatsapp fatti di persone con interessi comuni, condivide di tanto in tanto qualcosa su Instagram per esprimere la sua gioia e mostrare al mondo una cosa bella, un acquisto nuovo, un viaggio o altro e la cosa finisce lì.

Un altro dato che appare incontrovertibile è il fatto che il livello di interazione nella sezione commenti sia inversamente proporzionale alla qualità del post o dell’articolo. Ricordo ancora quanto i vecchi articoli di Sdangher fossero molto più divisivi rispetto a oggi, erano molto più scioccanti e puntavano spesso a dare fastidio.

Da un po’ di tempo a questa parte gli articoli hanno un taglio diverso ed è cambiato l’approccio generale alla scrittura, anche se sotto sotto un po’ di provocazione ce la mettiamo sempre, ma è più studiata, più mediata, e il risultato sono molte meno interazioni a fronte di un numero sempre crescente di letture.

Se io devo commentare un articolo di Internazionale o dell’Economist ho bisogno letteralmente di rimboccarmi le maniche per concepire un ragionamento un minimo strutturato, se non voglio fare la figura dello scemo. Se invece devo commentare il reaction video del mio vocal coach a Eric Adams lo sforzo richiesto è senz’altro inferiore e più alla portata di tutti.

Fateci caso, molti post su Facebook sono proprio frutto di uno studio in questo senso, si capisce ormai. C’è una cosa palesemente vera accompagnata da una palesemente falsa o palesemente stuzzicante. Di solito sono post molto brevi, immediati, che generano una reazione immediata, emotiva, polarizzante e divisiva, che non richiede di per sé un processo intellettuale particolare. Basta che ti incazzi, basta che pianti la bandierina, la tua pisciatina, e il gioco è fatto. Anno del signore 2025. Amen.