Stanotte ho fatto un sogno strano. E no, non era che si sentiva bene e nitido il basso su …And Justice For All*. Non sono così visionario e profetico, almeno per ora. Ho sognato di metal. Non mi capita mai, manco da ragazzino succedeva. Ma a cinquantacinque anni diventa un fatto curiosamente inquietante, tanto che, più un delirio che una storia, va documentato su Sdangher. Nel sogno, non so per quale motivo, mi trovavo a New York. In mano avevo una lettera, quelle vere, di carta: scrittura bella ma non bellissima. Il mittente? Joey Belladonna. Non chiedetemi perché, ma nei sogni si sa sempre chi siano le persone e perché fanno quello che fanno). Settimane prima, diceva la lettera, mi invitava a casa sua per ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Anthrax, insieme a un gruppo di “amici selezionati”.
Due cose impossibili, quindi davvero un sogno e non la realtà: che Joey scriva proprio a me, e che io ci vada pure entusiasta, visto che gli Anthrax non mi piacciono per nulla. Arrivo in un quartieraccio tipo Bronx: palazzi di mattoni, scale antincendio, tombini fumanti, strade perennemente bagnate d’acqua. Davanti a uno di quei “basement”, un gruppetto di persone tiene in mano la stessa lettera. Carta gialla, scritta a pennarello nero: più da Stryper che da Anthrax, ma tant’è. Confabulo con qualcuno (buffo come nei sogni si parli e si capisca ogni lingua, pure il birmano), poi salgo su, nell’appartamento di Frank Bello. Non chiedetemi come lo so: lo so e basta. Due salottini ben arredati, piccoli ma confortevoli. Tre divanetti messi a quadrato, un lato libero; in mezzo un tavolino di vetro fumé e una pila di CD promo che vengono distribuiti ai presenti.
Prendo la mia copia, la guardo, e parte l’ascolto del disco su un vecchio hi-fi anni ’80, piazzato su una consolle dell’Ikea a lato della stanza. Dopo, spento tutto, sono gasatissimo (proprio un sogno, sì): mi avvicino a Joey e Frank e mi faccio firmare la copia. Loro ridono, scherzano, e si fanno firmare la loro copia da me. Boh. Chiedo di Scott Ian. Mi dicono che ha la febbre, ma c’è la moglie Pearl, che mi vede, sorride e mi porta nell’altro salottino. È simile al primo, ma più “cozy”, più europeo. Seduti vedo alcuni dei Public Enemy, Kerry King e John Bush.
“Che ci fai?” chiedo. “Non volevo mancare alla première e poi Frank fa delle tartine al formaggio buonissime” mi risponde. Annuisco. In effetti, le famose tartine girano su un vassoio d’argento, e la gente ne parla come di un miracolo gastronomico. Intorno a noi, attivisti delle Black Panthers, due hippy, e due femmine radical chic, smunte e intellettuali, una versione con le tette di Woody Allen.
Recitano poesie, leggono versi, improvvisano battaglie di sonetti. Mi chiedono se ho qualcosa da leggere. Dico di sì, ultimamente mi sono dato alla poesia, ma questa è un’altra storia. Parte la gara. Non ricordo una parola, ma Bush, seduto accanto a me, chiede perché la gente pensi che gli Anthrax siano solo metallari, quando la loro vera indole è creare queste situazioni: più Malcolm X che borghesia bianca protestante.
Non so che dirgli. Farfuglio qualcosa e mi sposto imbarazzato nell’altra stanza. Sì, Frank Bello ha una casa con due salotti e basta: una porta da cui entrare e uscire, e un bagno. Un sogno, davvero. Si chiacchiera, si mangiano le famose tartine, si beve birra. Poi Kerry King tira uno scureggione. Tutti ridono. Non puzza, meno male. Mi affaccio alla finestra: fuori, la pioggia cade obliqua sulle strade lucide.
Le luci dei lampioni fanno riflessi dorati sull’asfalto. Da un tombino esce vapore, come in ogni film ambientato a New York. Mi chiedo come sono finito lì. E soprattutto: perché proprio gli Anthrax? Non ho mai capito quella band, con il loro modo di essere divertenti a forza, di mischiare l’heavy con l’hip-hop come se fosse una pizza con il gelato.
Eppure lì, in quel sogno, tutto aveva senso. C’era una specie di fratellanza confusa, una jam session di culture, idee, stili. C’era il metal, sì ma anche poesia, la protesta, il buon cibo, le puzze e le risate. Come se il metal fosse solo la scusa per far incontrare gli opposti. Mi giro e vedo Frank Bello che ride con un bambino in braccio. Forse suo figlio. Mi dice: “La musica non cambia il mondo, ma cambia chi sogna. E chi sogna poi cambia qualcosa.”
Stamattina mi sveglio prima del solito, è molto buio. Col sogno ancora fresco, accendo il computer e scrivo tutto. Poi inizia la giornata. Ci pensavo stamattina, col caffè in mano: forse il sogno era una specie di promemoria. Non per riscoprire gli Anthrax, ma per ricordarmi che il metal non è solo chitarre e doppie casse.
È anche fame di senso, e il tentativo continuo di non morire di normalità. Da ragazzi lo prendevamo sul serio: i dischi come vangeli, i testi come rivoluzioni. Poi cresci, e capisci che erano solo urla amplificate, ma che senza quelle urla saresti diventato uno di quelli che ascolta la radio in macchina e basta. Forse il sogno voleva dirmi che, anche se oggi il metal è un ricordo con la pancetta e la calvizie, resta una lingua che mi appartiene: è distorsione, ma sincera.
Come un sogno che non promette niente, eppure ti lascia addosso la sensazione di aver vissuto qualcosa di vero. E allora sì: magari lo zio Frank non esiste.
Ma quella casa, con due salotti, un bagno, e le tartine al formaggio, è la mia memoria. Accendo lo stereo. Metto su gli Anthrax, Sound of White Noise. Ma stavolta, mentre parte la prima traccia, mi sembra di sentire un po’ meglio il basso.

