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Doomsday

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DOOMSDAY! #3 (RUBRICA SUL DOOM SECONDO RUGGIERO MUSCIAGNA) – IN QUESTO NUMERO: Katatonia; My Dying Bride; Eye Of Solitude

http://www.metal-archives.com/images/3/7/9/7/379717.jpg?5031Mio zio non mangia più pollo da anni. Andò a trovare dei familiari non ricordo dove e glielo offrirono. A fine cena dopo che si leccò pure i baffi gli dissero che in realtà era piccione. Da quel giorno non mangiò più pollo. L’ultimo dei KatatoniaDethroned & Uncrowned– l’ho gustato come quel così detto pollo. Non ho seguito più il gruppo da Last Fair Deal Gone Down. Mi piacque e non poco, fino ad annoverarlo nella mia top dieci personale dell’epoca, peccato che il seguito non fu eccelso e mi trovai contro le scelte stilistiche del gruppo. Quando ascolti Night Is the New Day e noti riff che fanno scapocchiare quel tuo amico che ascolta solo i Meshuggah capisci che hai sbagliato tutto nella vita. Ci ho creduto quest’anno e mi sono lasciato convincere dal nuovo titolo. Continua a Leggere

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DOOMSDAY! #2 (RUBRICA SUL DOOM SECONDO RUGGIERO MUSCIAGNA) – IN QUESTO NUMERO: Anatomia; Lycus; Ensemble Pearl

http://www.metal-archives.com/images/3/6/8/9/368967.jpg?1920Gli Anatomia sono un nome di culto per i seguaci del death/doom orientale. Suonano come gli Autopsy, ma devono molto allo scenario horror nostrano, specie nell’ultimo Decaying in Obscurity che tanto mi ha riportato alla memoria i mai dimenticati Goblin. Gli piace l’horror italiano, e si sente. Quest’anno è uscita la loro prima compilation Dead Bodies in the Morgue: quarantacinque minuti di marcio death metal che ripesca i due demo – Demo 2003 e Human Lust del 2009 – più alcune tracce sparse nella discografia. Sarebbe stata preferibile una bella riunione di tutti gli split in un doppio disco come fatto a suo tempo dai compaesani Coffins. Continua a Leggere

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DOOMSDAY! (RUBRICA SUL DOOM SECONDO RUGGIERO MUSCIAGNA) – IN QUESTO NUMERO: STATION DYSTHYMIA, ABSTRACT SPIRIT, OSOKA, HELLLIGHT!

Station Dysthymia Overhead, Without Any Fuss, The Stars Were Going Out (Solitude Productions, 2013)   I musicandi russi, probabilmente a causa del clima nazionale, sono naturalmente predisposti a certe sonorità estreme e gli Station Dysthymia ne sono un perfetto esempio. Si presentano con il loro secondo lavoro “Overhead, Without Any Fuss, The Stars Were Going Out”, titolo lunghissimo come i quattro pezzi da cui è composto. Non c’è paragone con la miriade di gruppi clone del genere perché gli SD sono tra i pochi a scavare dentro un cunicolo che soltanto con ulteriori ascolti si può colmare.

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COFFINS: ROMANZA DA CAMERA ARDENTE.

Io un giorno scrivero un libro sul Giappone. Ho già in mente il titolo “Quando la bestemmia ha gli occhi a mandorla”. Naturalmente parlerò di tutte quelle band orientali che suonano la musica del diabulo. C’è stato pure un periodo in cui passavo il pomeriggio ad ascoltare shoegaze cinese, black metal koreano e drone giapponese. Sì, faccio schifo. Ma non preoccupatevi, ascolto anche temi di video game giappo riarrangiati in brutal death metal. Ora però facciamo un giochino semplice semplice. Se vi dico bara, a cosa pensate? Fino a ieri il massimo che mi veniva in mente, oltre me che marcisco sotto terra, era Malefic durante la registrazione di Black One con i Sunn O))) mentre gli si avvicina Stephen O’Malley e gli fa:
“Ehi, Mallo, mi sono cadute le chiavi del mercedes nella bara. Me le puoi recuperare?”
“Va bene Steve. Una domanda però, che ci fa’ una bara nello studio e poi… da quando hai un mercedes?” SBAM!
Lo chiudono dentro, nonostante la claustrofobia e lo costringono a registrare la parte vocale di Báthory Erzsébet. E te lo vedi mentre fa:
“Ragazzi, vi prego. Basta scherzare ora però. Ho paura del buio e degli spazi stretti e… credo di essermela fatta addosso. Ragazzi?!”
Ora però d’avanti questa agghiacciante parola associo una nuova immagine.
Loro. I Coffins. Ma chi sono questi teneroni? Come dissi in altra sede: “Se gli Autopsy, i Winter ed i Cianide indicessero una mega orgia gay e cagassero un bambino in Giappone, probabilente questi si chiamerebbe Coffins.”
È assurdo solo pensare che un parto del genere possa essere nato dal civilissimo Giappone. Be’ civile, tra Issei Sagawa, Tsutomu Miyazaki (Vorrei ringraziare gli Gnaw Their Tongues per avermeli fatti conoscere), l’unità 731 e la caccia alle balene, non credo siano poi un popolo così… civile.
Eppure sembrano americani. Di band giappe ne ho sentite tante: per quanto si cimentino in vari generi, l’influenza della loro terra domina ogni loro lavoro, che sia death, trash o rock. Ci devi scrivere Japan, perché quell’ettichetta non indica solo una nazione, ma un vero e proprio stile sonoro. Ascoltate un gruppo power metal europeo e confrontatelo con uno giappo.
La metà di voi dirà “che è ‘sto schifo qua?” l’altra metà dirà “che schifo ‘sto qua!”. Poi ci sarà quello 0.1% che dirà “Io non ascolto schifo power metal!”.
Stavo dicendo americani nel suono, perché quando li sentii non ci credevo che la loro bandiera era bianca col pallino rosso al centro. Anche l’amico che me li presento come una novità, passandomi il loro primo lavoro Mortuary in Darkness, si stupì scoprendo che avessero gli occhi a mandorla. Strumenti due toni sotto come da scuola death/doom. Voce rigorosamente marcita nel fumo e nell’alcol. L’intro dell’ album sembrava veramente un pezzo dei Winter. Chi viene dalla vecchia scuola di sicuro riserverà uno spazio sul suo chiodo da concerto per una loro toppa. Perché un vero metallaro ha un chiodo per ogni evento.  Matrimonio compreso.
La tecnica non appartiene loro. Non che non sappiano suonare, ma dimenticatevi ogni tipo di evoluzione, sarebbe come pretendere che Chris Reifert impari a suonare la batteria senza commettere errori. L’unica cosa che cambia di album in album sono i testi.  Dieci a uno che nella prossima compilation ci becchiamo in regalo un dito del cantante. Naturalmente è un offerta valida solo per i primi dieci acquirenti. Comunque intendo le dita del cantante nuovo. Quello che canta nell’ultimo EP di cover. Che mini album! Non un capolavoro, ovvio, ma signori scusate, di cover decenti ce ne stanno ben cinque più un live. Vi devo anche dire i titoli? Broken dei Buzzov.en, Sister Fucker Part I degli Eyehategod, Evazan dei Noothgrush, I Hate You dei Grief e Black Aspirin degli Iron Monkey. Cioè ti hanno fatto un EP con le cover sludge e ancora non l’hai sentito? Ma ti riprendi? Nell’altro EP di quest’anno, March Of Despair, ti hanno fatto anche la cover di Corpsegrinder dei Death.
E tu niente. Fai il finto tonto dicendo di non conoscerli. Meglio che non vada oltre, se no le mie bestemmie le sentiranno fino in Giappone e mi dedicheranno pure un pezzo. Che poi bestemmiatori i nostri non sono. Mica ti fanno black metal alla Marduk. Te l’ho detto. Sono death/doom. O doom/death. Insomma hai capito.
Niente finti riti satanici, altari d’ossa umane o cervelli spediti via posta celere. Qui si parla di torture. Morti che resuscitano. Il male. Il sangue. Ora basta però che soffro d’emofobia e svengo sulla tastiera solo a parlare di sta roba. Guarda sono buono. Sono buono con tutti voi oggi.
Quindi per chiedere scusa al signore del male, ci facciamo un bel viaggio in jappolandia e ci andiamo a vedere un loro live insieme ai Sigh. Mentre voi vi sbattete sotto al palco, io mi sbatto la Dr. Mikannibal sul palco.
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CHURCH OF MISERY: BRUTALITA’ NIPPONICA!

“korose korose oya nado korose korose korose subetewo korose”
(Krauzer-sama durante un live)

I Giapponesi o Japponesi o Nippon, insomma quelli di dove sorge il sole, ok?
Dico, ma li avete mai visti incazzati?
No dico, s’incazzano?
Sanno dire le parolacce?
Poi quando bestemmiano, essendo la maggioranza buddista o shintoista o adoratore di cani, a chi le mandano a dire?
Musicalmente parlando poi, io li ho sempre visti così.  Continua a Leggere

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