Interviste Sdanghere

Intervista a Stefano Marzorati – Il passato in Bonelli, la scrittura, il punk e tanto horror rock!

marzorati

Questa non è solo un’altra intervista sdanghera, si tratta di uno dei momenti hot della mia vita di scrittore mascherato da cavallo. La paragono a quando ho potuto fare un sacco di domande a Luca Signorelli o Paul M. Sammons. Stefano Marzorati, come gli altri due ha segnato la mia adolescienza (non è un errore quella i) con due libri (Il dizionario dell’Horror Rock e Autostrada per l’Inferno) e alcuni Almanacchi della paura di Dylan Dog (nello specifico dal 1991 al 1994). Grazie a lui o per colpa sua scrivo di musica in modo tanto immaginifico e trasversale. Infatti di Stefano ho sempre adorato, oltre la sua competenza in fatto di cultura horror sonora, il modo che aveva di collegarla alla letteratura e al cinema, molto più raffinato e consapevole di un qualsiasi Barone o Pascoletti, e raccontarla, creando dei collegamenti colti, stimolando l’immaginazione del lettore con segmenti figurativi che, a mio modesto avviso, proseguivano in forma potenziata, come dalla NWOBH al Thrash Bay Area, lo stile di Beppe Riva. I suoi speciali sulla musica, negli Almanacchi 2, 3 e 4 di Dylan Dog mi hanno aiutato più di tante riviste a conoscere le nuove tendenze estreme, i suoi libri mi hanno illuminato sul legame profondo tra rock e paure, pazzia e terribili conseguenze. Inoltre Stefano Marzorati mi ha avvicinato a generi, che da metallaro non mi sarei mai sognato di approfondire. Mi riferisco al punk dei Dead Kennedys e degli Stooges, il post-punk, goth o dark, chiamatelo come vi pare di Christian Death e Bauhaus e la psichedelica violenta e oscura dei Velvet Underground. L’horror non è solo nel metal, questo mi ha fatto capire. E grazie all’horror io ho potuto esplorare tanta altra musica che da metallaro avrei senza dubbio perduto. Il suo lavoro mi ha guidato nel lungo e duro lavoro che ho svolto per Enzo Rizzi (La Storia del rock a fumetti, Npe) e sempre Marzorati mi ha raccontato per primo, in modo molto coinvolgente alcune delle più suggestive vicende, talvolta leggendarie, intorno al rock, di cui oggi tra libri e video you tube, tutti conoscono.

Ok, la smetto. So che potrei continuare a incensarlo fino a rendervelo insopportabile, quindi taglio qui e procedo con l’intervista. Buona lettura!

Allora, Stefano, per prima cosa chiariamo subito. Sei interista o milanista? Te lo chiedo perché vieni da Como, sei del nord e per un interista cresciuto nel Lazio, tu devi per forza essere o interista o milanista. Io sono interista, quindi ecco perché te lo domandavo.

Ciao Francesco, mio padre era interista. Io lo imitavo, poi con il passare degli anni, da molto tempo, non seguo più il calcio. Non sono quindi un tifoso ma nutro ancora simpatia per i nerazzurri, forse proprio perché è legata al ricordo che ho di mio padre.

 1 – Lo sapevo. Un interista conosce un altro interista. Ok, ora però parliamo di altre cose serie. Tu hai segnato la mia adolescenza, sia con gli speciali dedicati a musica e horror sugli Almanacchi della paura 1992-1993 di Dylan Dog (sia il primissimo Almanacco che di musica non parlava ma introduceva al mondo di Lovecraft ed era pieno di tante altre cose bellissime, poi non riprese nei numeri futuri) e soprattutto con i due libri dedicati al rapporto tra horror e rock. Oltre ad aver parlato in modo molto lucido di un legame che io riconoscevo e che era l’input che mi conduceva inconsciamente dai Black Sabbath ai Goblin passando per i Misfits e Tartini, tu hai praticamente presentato a un sacco di ragazzini quelle nuove realtà estreme che arrivavano dall’Inghilterra e gli Stati Uniti. Parlo del Grind-core e del Death Metal. Se ne occupavano anche le riviste metal, ovviamente, ma non in modo così colto e attrezzato. Tu traducevi stralci di testi, facevi connessioni tra musica, cinema e letteratura, riuscivi a evocare con delle descrizioni molto suggestive e un uso virtuosistico degli aggettivi, quelle canzoni che io non potevo sentire ma immaginavo grazie a te. Per me sei stato un po’ come Beppe Riva per tanti metallari italiani degli anni 80 e di questo voglio ringraziarti. Per gestire in tal modo una musica che trascendeva il pentagramma e si riversava in altri ambiti culturali, a quali autori ti sei ispirato? Avevi in mente qualche critico musicale, qualche saggista, o andasti d’istinto?

– Io prima di tutto ringrazio te per queste parole, fin troppo lusinghiere. Segnare l’adolescenza di qualcuno è una responsabilità troppo importante, però, lo ammetto, in questi anni ho spesso ricevuto lettere e messaggi di questo tenore. E allora va bene, mi arrendo. Spero soltanto di non averla rovinata a nessuno, la vita. Alla base del lavoro fatto per gli Almanacchi della Paura, così come per i due libri che ho scritto, c’era, fondamentalmente, un mio atteggiamento di grande curiosità, oltre che di passione per l’argomento. All’epoca di uscita dei primi Almanacchi avevo, più o meno, carta libera e quindi decisi di introdurre una rubrichetta che parlasse di horror e musica. Non immaginavo, allora, che avrebbe ricevuto tanta approvazione. Tieni presente che allora Internet non era così diffuso, quindi, azzardo l’ipotesi che per i seguaci del metal ritrovare sulle pagine del loro fumetto preferito quei nomi che ascoltavano quotidianamente diventò un’esperienza molto gratificante. Era come se confermassimo loro che Dylan Dog era uno dei giusti, il fumetto perfetto in cui rispecchiarsi e rispecchiare le loro attitudini.

Qui il primo speciale su horror e musica, con tanto metal!

Riguardo ai miei critici preferiti, ce ne sono stati, e ce ne sono parecchi. Per citarne qualcuno Nick Kent, per esempio. E poi Lester Bangs, per me inarrivabile. Mi hanno aperto gli occhi su un modo nuovo e diverso di fare critica e informazione. Bangs partiva dalla musica per poi parlare d’altro, arrivando a eccessi e virtuosismi letterari che ritengo a tutt’oggi inimitabili. Nel “Dizionario dell’Horror Rock” la struttura stessa del libro poneva molte limitazioni ma ho cercato, nel mio piccolo, di utilizzare una scrittura aperta a più contaminazioni. Ovviamente oggi il Dizionario appare un po’ datato ed è costellato di diverse ingenuità che ora, probabilmente, eviterei. Con “Autostrada per l’inferno” mi sono sentito più libero di utilizzare una scrittura con più verve e anima. Non so se ci sono riuscito.

2 – Il dizionario dell’horror rock, uscito per Sugarco è oggi introvabile. Io l’ho sfogliato, compulsato come una bibbia per quasi venticinque anni. Come andarono le vendite, effettivamente? Che risposta diede il pubblico? Non mi risulta che ci siano state nuove edizioni a parte quella…

– SugarCo, gloriosa e storica casa editrice milanese, accettò la proposta del libro senza grosse esitazioni. D’altronde il mio nome era legato, bene o male, al successo strabordante, di Dylan Dog e questo aspetto giocò sicuramente un ruolo importante. Fu così che mi ritrovai in catalogo tra un libro di Bukowski e uno di Herman Hesse! Le vendite furono incoraggianti ma non ebbi e non ho uno straccio di resoconto credibile. Dopo alcuni mesi la casa editrice chiuse i battenti e la storia finì lì. Il Dizionario, come ben sai, è fuori catalogo da tempo. Ogni tanto su qualche libreria del web spunta qualche copia cartacea originale. Non credo sarà mai ristampato.

Comunque, chi nutrisse qualche curiosità può trovarne in rete la versione e-book. Una versione che mi sono preso la briga di pubblicare tramite una piattaforma dedicata, proprio per permettere a tutti di leggerlo senza grossi problemi di reperibilità.

3 – Il dizionario tentava di fare ordine tra una gran serie di sottocategorie del rock, ma per ovvi motivi dava il 70 per cento dell’attenzione al metal. Ti sei un po’ pentito di questo o in fondo credi ancora che fosse inevitabile?

– Nel libro mancano un sacco di nomi che oggi inserirei. Come ho già detto nelle sue pagine ci sono lacune che adesso colmerei e, naturalmente, aggiunte doverose vista la presenza costante dell’elemento horror nella musica. Più che pentito, mi dispiace perché avrei preferito una maggiore completezza. In quanto alla presenza massiccia del metal era, comunque, inevitabile.

4 – “Autostrada per l’Inferno” tentava una trattazione dello stesso argomento (il rapporto tra musica e orrore) in contesti meno definiti di un vinile. C’erano casi di cronaca che coinvolgevano artisti finiti male, leggende attorno a dei gruppi e addirittura le famigerate origini di hit commerciali passate nelle radio e che magari erano incentrate su casi di cannibalismo. Vedi Timothy dei Buoys. Negli anni c’è stato un gran profluvio di saggi sul rapporto tra rock e violenza, occulto e misteri. Tu sei stato un po’ un precursore. Al tempo però non c’era internet, quindi devi aver faticato molto a raccogliere tutto quel materiale…

– Vero, all’epoca dovevi sudare per cercare e recuperare le fonti. Ma la fatica più grande è stata quella di costruire una scrittura narrativa credibile, che rendesse la lettura del libro interessante e intrigante, e che lasciasse spazio anche a un filo di ironia, anche se amara.

5 – Davvero possedevi tutti i dischi (o avevi avuto modo comunque di sentirli) che citi nel Dizionario e nell’Autostrada?

– Più o meno sì e questo grazie anche all’aiuto di qualche amico fervido seguace di certe frange musicali estreme. In realtà, anche se sono arrivato, qualche anno, fa ad avere circa 12.000 cd in casa, molte di queste produzioni non le possedevo ma erano frutto di prestiti.

6 – Dopo parecchi anni, una coppia di autori, Alessio Lazzati ed Edoardo Vitolo, tentarono di scrivere un nuovo libro sull’horror e il rock (Arcana). Provarono una via differente dalla tua. Non un dizionario dalla A alla Z, adatto più per la consultazione randomica, ma un saggio diffuso, argomentato, in cui si passava, attraverso gli anni, dalla nascita dell’horror rock fino a oggi. In realtà io trovo che sia venuto un po’ “pesantuccio” e che finisca ancora una volta, nonostante la gran quantità di band citate, per fare un lavoro sul metal. Tu cosa ne pensi di quel volume?

– Ti dirò che l’ho apprezzato anche perché ha contribuito a tenere alta la bandiera dell’horror rock. Non entro nel merito di giudizi sullo stile e la scrittura. I due autori hanno seguito un loro percorso e, inevitabilmente, hanno concentrato la loro attenzione sul metal, in questo, forse, alimentando le loro passioni personali. Vitolo e Lazzati sono stati gentili nell’intervistarmi e nel riconoscermi un po’ come il “pioniere dell’horror rock”. Definizione che mi lusinga, certo, ma che per alcuni aspetti mi fa ancora oggi un po’ sorridere. Ti confesso, comunque, che li ho invidiati un po’ per essere usciti con Arcana e per la copertina realizzata da Malleus, uno studio grafico che amo e apprezzo molto.

7 – Lì sopra ti intervistarono pure, infatti. Ricordo che allora eri alla Bonelli e che per avvicinarti e farti delle domande non fu facile, a quanto raccontano gli autori nel libro. Era così difficile e impegnativa la vita in Bonelli? Te lo chiedo perché la redazione di Dylan Dog è difficile da avvicinare. Per comunicare con la Bonelli, bisogna per esempio, mandare una lettera cartacea (tipo la posta di Bim Bum Bam del 1985) e attendere fiduciosi la risposta (che arriva, magari dopo un anno ma arriva). Eri parte di questo mondo e ora che ne sei fuori, eccoti qui tra noi cavalli mortali. Dico cavalli perché Sdangher è gestito da dei tizi che si mettono le maschere da cavallo e fanno voli sciamanici usando il metal, il porno e la scrittura. Ignora queste ultime tre righe e rispondi alla domanda.

– In realtà quando ero in Bonelli contattarmi era piuttosto facile. Se non ricordo male Eduardo Vitolo mi telefonò e io accettai di buon grado la sua richiesta di un’intervista. In quegli anni la redazione era composta da metà delle persone che ne fanno parte oggi. Se passavi da via Buonarroti (sede della redazione centrale), salivi al primo piano e suonavi il campanello era possibile che Sergio Bonelli in persona venisse ad aprirti. Ora Sergio non c’è più e molte cose sono cambiate, da quando la Bonelli ha tentato di “modernizzarsi” e darsi una veste più conforme ad altre realtà di mercato. La “grande famiglia” di un tempo si è disintegrata e con essa tutte quelle dinamiche che rendevano il lavoro in redazione piacevole. Sergio, a volte, ti faceva sentire orgoglioso di farne parte. Poi, anche se nessuno lo sa, io ho passato lì quasi trent’anni della mia vita professionale come consulente, con partita Iva. Ero sempre presente in redazione ma con quell’alone da “battitore libero” che agli occhi di tutti, poteva fare e disfare a suo piacimento. In realtà non è stato così e una certa mia ingenuità, in questi anni recenti, l’ho pagata in maniera durissima. Ma questa è un’altra storia che, per tua fortuna e di quella di chi ci legge, ti risparmio.

8 – Tu sei musicista. Mi racconti un po’ qualcosa di te in questa veste? A quale genere ti senti appartenere? L’horror rock? E quali artisti ti hanno spinto verso uno strumento?

– Suono il basso da una quarantina d’anni e più, male ma mi impegno. Sono ignorante ma testardo. Non uso il plettro e, forse, la mia unica dote è la velocità. Sono partito con il blues per passare alla new wave, l’hard rock e, alla fine, il punk rock, con il quale morirò. Dal 2012 faccio parte dei Temporal Sluts, band comasco/milanese che il prossimo anno festeggerà i 25 anni di attività. Quando ho cominciato a frequentare le quattro corde non avevo nessun musicista particolare di riferimento, anche perché, come o già detto, non avevo alcuna velleità di virtuosismi. Però, se proprio devo, posso citarti tra i miei preferiti Geezer Butler dei Black Sabbath, John Wetton, Andy Fraser (Free e Bad Company) e Mike Watt (Minutemen, Stooges reunion). Per il metal David Ellefson.

9 – Ti occupasti tu della raccolta musicale che uscì con Dylan Dog, giusto? Ricordo di aver letto che non venne proprio come avevi previsto. C’erano gli Anthrax, White Zombie e uno stralcio del Trillo del diavolo. C’era Henry Rollins. La mia mente da lì in poi vacilla. Chi altro c’era?

– Sì, fui scelto per dare una mano a quelli della BMG/RCA. Lo scopo era mettere insieme una compilation che sfruttasse il successo enorme di Dylan Dog. Una pura e semplice operazione commerciale, un po’ maldestra, che, se ricordo bene, vendette quasi 50.000 cd! La copertina di Angelo Stano funzionò molto bene come specchio per le allodole. Non avevo alcun ruolo decisionale in merito, quindi cercai di limitare i danni, riuscendo a escludere qualche nome imbarazzante e improponibile. Scrissi le brevi note di copertina e ricevetti un compenso di 500.000 lire. Ne uscì, tutto sommato, una raccolta con musica di qualità non disprezzabile ma che poco o nulla aveva a che fare con l’horror rock e con Dylan Dog! All’epoca in Bonelli questo tipo di operazioni non erano viste così tanto di buon occhio. Erano entrate aggiuntive trascurabili rispetto al guadagno enorme che arrivava dalla vendita del fumetto. Oggi, in Bonelli, con il numero di lettori di Dylan Dog sempre più ridimensionato, ci si butterebbero anima e corpo!

10 – Io sono un tuo lettore e ho bisogno di te. Quando ti deciderai a scrivere un nuovo saggio su qualche argomento inerente musica, libri e arte? Non so se prevedi di rimettere mano al dizionario e aggiornarlo ma di sicuro io credo che il tuo modo di raccontare la musica sia potente e meriti ancora qualche possibilità. Insomma, che progetti hai in questo senso?

– Ancora una volta mi lusinghi ma, purtroppo, devo deluderti. Io sento che non scriverò più nulla e che i miei giorni sono in scadenza. È il pensiero e la consapevolezza che nascono dall’attraversare un periodo molto difficile. A volte credo che le cose migliori che potessi fare le ho fatte. Sono passate e non ritorneranno. È finito il tempo delle grandi occasioni. Mi rimangono la musica (suonarla) e l’entusiasmo che rinasce quando devo lavorare a progetti, come Samuel Stern, che mi coinvolgono. Scusa.

11 – Mi sono chiesto in tutti questi anni di quali band e artisti Marzorati avrebbe mai potuto parlare in una nuova edizione del dizionario. Mi diresti alcuni nomi che metteresti nel tuo libro, oggi? Considera che arrivavi al 1992 e tante cose sono accadute da allora…

– Cradle of Filth, Ghost (o Ghost BC, se preferisci), Tomahawk, Bloody Hammers, Rammstein, Paul Roland, Mushroomhead e Behemoth.

12 – Ti farei ancora tante domande ma non voglio sfinirti. Ultima e ti lascio in pace. Nella bio sul sito Bonelli si parla di alcuni volumetti degli speciali estivi di Dylan Dog curati da te. Quali sono?

– In realtà non ho mai avuto l’onere di curare volumetti degli speciali estivi di Dylan Dog. Al momento ne ricordo solo due: “Guerre di frontiera” (allegato a uno speciale de Il Comandante Mark) e la “Guida ai grandi avventurieri” (allegato a uno Speciale Mister No, scritta con Maurizio Colombo)

13 – La domanda numero 13 doveva esserci, non avevo scelta. Vorrei sapere da te qual è il brano che non riusciresti ad ascoltare di notte, da solo, al buio, nella vecchia casa dei Myers. E non dirmi Halloween Theme di Carpenter.

Al momento ti direi “Hamburger Lady” dei Throbbing Gristle.

E con questo capolavoro di horror rock, saluto Stefano e vi ringrazio per l’attenzione! Horses Up!

 

Un abbraccio!

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