Leaves’ Eyes – Sospiri d’amore e grugniti di speranza

Non ho mai pensato che valesse la pena soffermarsi sui Leaves’ Eyes. Un paio di articoli di Marco Tripodi mi hanno stimolato a provarci, ma ho lasciato che scorresse ancora del tempo prima di approcciarmi a qualcosa di loro. E poi un giorno ho dato una possibilità a Vinland Saga. La seduzione a volte è uno stillicidio, avviene piano piano: una melodia che ti prende al collo con mani sferzanti di ghiaccio (Solemn Sea) e una combinazione di accordi in minore che non ti aspetti(Mourning Tree), ecco che producono piccole crepe nel sistema di difesa, e il mio era ben alzato, come ogni volta che mi capita di ascoltare del symphonic metal con voce femminile e growler di rimbalzo.

In questo caso parliamo del leader degli Atrocity Alexander Krull, neleroe di inenarrabili scatologie scopofile e la ninfa di antiche tragedie Liv Kristine. I due rappresentano i protagonisti avamposti della storia raccontata in Vinland Saga, vale a dire la scoperta dell’America, sempre e comunque a cazzo, da un vichingo molti secoli prima di Colombo.

E mentre lui si strugge sulla nave, alla ricerca di un approdo qualsiasi dopo che una tempesta l’ha spinto fuori rotta verso l’infinito e oltre, lei è a casa, a tirare il collo lungo la costa ghiacciata. Scruta le vele oltre il bianco dell’orizzonte, con lo stesso sguardo colmo di lacrime disperate.

L’uomo prega di raggiungere una spiaggia, fosse anche quella dei morti, lei lo prega ancora vivo, ovunque sia, ascoltando dicerie dai venti e annusando cattive notizie dagli alberi dietro casa, sull’essere che ama e la sua impresa impossibile a cui non ha saputo resistere, ancora una volta. Gli dei ridacchiano e le suggeriscono che forse le cose si stanno mettendo male. Forse non tornerà mai, né da lei e né dal figlio che la donna tiene nel grembo.

Vinland Saga è prima di tutto un duetto a distanza tra due cuori divisi. Non so quanto fossero romantici i vichinghi, nei secoli di cui si racconta qui, ma diciamo che l’aspetto sentimentale, nell’album dei Leaves’ Eye è decisivo per giustificare il gonfiore costante delle vele sonore, di queste canzoni imponenti come navi, che vogano robusti riff di chitarra nelle ostili risacche marine dei violini sintetizzati.

So che qualche anno fa, Liv e Alex si sono lasciati, nel 2016, dopo tredici anni di matrimonio, un figlio e sei album assieme. Adesso lei vive con un altro uomo, porta avanti la sua carriera solista, mentre lui tira dritto sia per quanto riguarda gli Atrocity che i Leaves’ Eyes, con un’altra cantante, la finlandese Elina Siirala, stangona dalla voce di soprano e una parentela davvero sympho con il tastierista dei Nightwish.

Tutto ciò mi fa immaginare quanto sia rimasto catturato in questo album di un amore che probabilmente si è spento, oramai, al di là delle scelte prese sul piano legale e logistico, dai due.

Mi tocca soprattutto quando lei, la Kristine canta in Vinland Saga di uno struggimento profondo, che la situazione ardua rende a tratti delirante. Non posso calarmi in un contesto come quello raccontato nel disco ma riesco a pensare alla cupa realtà di un rapporto di coppia che raggiunge il capolinea e mi piace immaginare che questo scrigno di passione, catturato a soli due anni dal matrimonio tra Krull e Liv, abbia all’improvviso risuonato nel cuore di lei  e di lui, magari nelle note e nelle parole che la povera eroina sussurra all’albero del pianto in uno dei momenti salienti della vicenda: nell’attesa sfiancante per un ritorno sempre più disperato e improbabile. E penso a lui, alle ultime settimane in cui si nascondeva agli altri per piangere su un amore finito, e magari nella sua testa riemergevano barlumi di questo viaggio sonoro creato insieme a lei, verso una terra promessa che, forze contrastanti avevano al fine reso possibile in una direzione inaspettata.

Nella deriva di Vinland Saga, giace il lato gentile del metal: con i grugniti e le cadenze ritmiche usati per esprimere terrore e frustrazione, amarezza e incertezza. Il protagonista vaga per il mare, il peso di centinaia di occhi sulla sua schiena. Osserva le onde e l’orizzonte piatto, e ascolta, da qualche parte dentro di sé, un canto fievole che attraverso i venti gli dice che lei è accanto a lui e gli sussurra, nella brezza arrabbiata di non aver paura.

Assapora, esploratore perduto, dagli schizzi di spuma che sferzano la tua bocca disidratata e che senti bruciare di sale, assapora il fuoco quell’amore lontano ma ancora acceso, che attende ondeggiante ai piedi di un albero che piange.

E così lui, senza farsi vedere dai suoi uomini, allunga una mano davanti a sé, e senza chiuderla lascia che il vento gliela riempia della stessa pienezza della guancia di lei.