A distanza di anni mi accorgo di quanto Elegy degli Amorphis fosse sprofondato in un certo passato progressivo, anziché guardare avanti in nuove e più spregiudicate contaminazioni tra death e whatever. Sì, ovviamente all’uscita tutti i recensori diedero gran prova sciorinando i grandi nomi: King Crimson, Yes, Genesis, constatando quanto questi ragazzi di vent’anni fossero ricchi di influenze, ma concentrandosi più sul distaccamento ormai definitivo dal metal estremo. Un gruppo death che se ne esce con un lavoro prog pieno di elementi folk e melodici, nel 1996 era comunque una novità. E in effetti in Elegy c’è ancora la vociona growl di Tomi qui e là, quindi non si può neanche parlare di “tradimento”. Non ancora. Certo, a prendersi la scena sono le linee vocali più chiare e distinte del nuovo innesto Pasi Koskinen, frontman a metà tra un cantautore folk e Nick Holmes dei Paradise Lost.
Elegy è davvero un’esplosione creativa totale. Un brano inizia magari come gli Iron Maiden (Against Widows) ma non sai davvero cosa succederà di lì a poco. E alla fine del viaggio ti ritrovi quasi sempre una grande canzone che va oltre qualsiasi ruminamento intorno ai generi e le etichette. La title-track, The Orphan e My Kantele, la folle Cares, sono piccole odissee creative nel mare dei nostri pregiudizi. Se ci afferriamo a esse e saliamo con loro, l’esperienza è qualcosa di più dello sterile saliscendi che spesso le commistioni più audaci, gestite a tavolino dai gruppi che vogliono fare gli originali, producono.
Sembra che i sei Amorphis avessero bisogno di tenersi tutto. Elegy parte sempre dalle radici estreme, ma sopra ci mette ingredienti pescati da qualcosa di molto lontano, antichissimo, che forse solo il vento gelido di quelle zone può ancora suggerire.
Il bisogno di recuperare certi suoni desueti (tipo la fisarmonica o il sitar) di un passato mai vissuto, che oggi è la regola per il 90 per cento delle band giovani nel rock, era dettato soprattutto dall’esigenza di rievocare certi spiriti per farli però sgobbare sodo su qualcosa di imprevedibile e genuino, non batterli in un nugolo di polvericidi romantici. Non c’è un solo momento di “ti ricordi quando non eravamo ancora nati?” in Elegy.
Pensare che alla metà degli anni 90 soffrivo tutta questa beata confusione. Non si capiva più nulla. Le etichette non bastavano a spiegare cosa avevi sentito. Le band glissavano sulle definizioni, persino quella di “metal” li faceva sorridere. Ne prendevano le distanze non per ipocrisia e strategie di mercato. Va bene, a parte i Metallica.
Se un gruppo come gli Amorphis, che continuo a considerare tra i più sottovalutati di sempre, si permetteva di rifiutare certe definizioni e poi ti presentava un lavoro come Elegy o Tuonela, dovevi solo star zitto e ringraziare. Come si poteva liberare tutta quell’inventiva rimanendo nelle trincee heavy degli anni 80?
Quello che oggi rimane è la grande musica di quel periodo, soprattutto dal nord Europa. La Finlandia in particolare ha contribuito come pochi alla crescita del metal. Forse è il paese che ha offerto l’ultimo contributo davvero significativo al genere.
Ricordo che al tempo si prevedevano cose grandiose per gli Amorphis. Stefano Pera di Metal Hammer profetizzò di vederli su palchi giganteschi davanti a decine di migliaia di persone e fa tenerezza che lo pensasse. La cosa credo non sia mai avvenuta, se non a qualche mega-festival.
Se vi va di leggere la storia di questa band, vi consiglio i due articoli che io ed Emanuele Biani scrivemmo qualche anno fa, quando eravamo amici e ci volevamo un gran bene.

