The Gathering – l’incommensurabile distanza tra pianeti

Siamo oggi viventi in un’era satura di certezze digitali e cinismo post-ideologico, dove tutto e il contrario di tutto ha un movimento rapido, sfuggente e breve. L’attenzione, la profondità di campo, il soffermarsi in quiete su qualcosa più a lungo di un istante e ragionarvici sopra, sembra più un lusso da ricchi che un diritto da acquisire. Ciò vale in tutti i settori dello scibile umano, ed è una inevitabile conseguenza dell’evoluzione. In questa ottica di mordi e fuggi, ritornare sull’ascolto di opere che non possono e non devono essere assuefatte a tale logica, è difficile ma altresì appagante. Se potrete e vorrete immergervi senza ossigeno sul fondale malmostoso di un oceano di emozioni, dovrete essere pronti a far morire il corpo per nutrire l’anima in un tempo infinitamente più lungo e denso. Questo è il percorso che vi porterà verso una band olandese, i The Gathering, che osò compiere una trasmutazione radicale.

Emersi dalle penombre soffuse, decisero di abbandonare la gravità del piombo per ascendere verso l’etere, distillando la loro essenza in un’opera che è al contempo un trattato di fisica dell’anima e un testo sacro apocrifo: How to Measure a Planet? (1998). Questo non è un semplice doppio album; è parte di un’architettura sonora eretta per ospitare un rito collettivo di introspezione.

Analizzarlo significa comprendere la teologia emozionale e la profezia culturale, un’eco che risuona oggi con una potenza forse ancora maggiore di ieri, in un mondo che ha disimparato a interrogare le stelle.

Per comprendere l’eresia gloriosa di quest’opera, dobbiamo immergerci nel genius loci di quell’anno. Il rock era a un bivio. Il lamento depressivo del grunge si era spento, lasciando un vuoto riempito dall’aggressività iper-mascolina e patriarcale del nu-metal e dalla patina plastificata e gommosa del pop adolescenziale.

In questo panorama, i The Gathering erano già dei sovrani nel loro maniero gotico, grazie a gemme come Mandylion e Nighttime Birds. Avrebbero potuto continuare a regnare, ma scelsero l’esilio volontario, l’abdicazione per cercare un rifugio interiore. La loro fu una scelta mistica, non commerciale.

Mentre il mondo accelerava, loro rallentavano. Mentre la musica si faceva più diretta e rabbiosa, la loro diventava obliqua e sognante. Si sintonizzarono su frequenze diverse, quelle che emanavano dal post-rock nascente di band come Mogwai e Godspeed You! Black Emperor, che insegnavano a costruire cattedrali di suono sul silenzio delle rovine di Seattle e dal trip-hop di Bristol (Massive Attack, Portishead), che aveva infuso l’elettronica di un’anima fumosa e spettrale.

L’influenza di OK Computer dei Radiohead è innegabile, ma i The Gathering la interiorizzarono non per imitarne il suono, ma per assorbirne il coraggio: essere complessi, vulnerabili e disillusi in un’epoca che chiedeva solo certezze o sfoghi.

“How to Measure a Planet?” fu la loro risposta, un atto di disobbedienza spirituale, un voivodato ribelle eretto ai margini dell’impero del prevedibile. L’ascolto superficiale potrebbe far etichettare l’album banalmente come “atmosferico”, ma sotto la superficie pulsa una sapienza compositiva di rara raffinatezza. La struttura dei brani è un rifiuto consapevole della formula strofa-ritornello. Le composizioni sono organismi viventi, che respirano, si espandono e si contraggono secondo una logica interna, quasi biologica.

Brani come Travel o la monumentale title-track non sono canzoni, ma flussi di coscienza sghembi che seguono percorsi non lineari, dove la ripetizione non è un gancio, ma una mantra che induce uno stato di trance. Armonicamente, la band si allontana dalle scale maggiori e minori, le dicotomie emotive del rock tradizionale (felice/triste), per esplorare il territorio ambiguo dei modi musicali. Sentiamo l’eco del modo dorico, con la sua malinconia anelante, e del misolidio, che infonde una sensazione di viaggio senza una meta definita.

Questa scelta armonica è cruciale: crea un senso di sospensione, di domanda perpetua, impedendo all’ascoltatore di trovare un facile approdo emotivo e costringendolo a fluttuare nell’incertezza.

La vestale luminosa di questo rito è Anneke van Giersbergen. La sua performance su quest’album è uno studio sulla dinamica della vulnerabilità. Il suo range vocale, quello di un mezzosoprano duttile e potente, viene qui imbrigliato e sublimato. Anneke abbandona quasi del tutto il belting potente che l’aveva resa celebre, per esplorare i registri più intimi della sua voce.

Il suo canto è un sussurro che si fa preghiera (My Electricity), un lamento che si trasforma in estasi (Great Ocean Road), un dialogo con il vuoto. Utilizza la voce di testa e il falsetto non come abbellimenti, ma come strumenti per trascendere il corpo, per rendere la voce un’entità disincarnata che fluttua sopra il denso arazzo strumentale.

La sua non è una narrazione, è una canalizzazione. Diciamo con certezza che il primo disco è il viaggio esteriore, l’esplorazione del mondo manifesto. Frail (You Might as Well Be Me): Un’apertura acquatica. Non è una canzone, è l’immersione. Le chitarre liquide di René Rutten creano un ambiente amniotico, la voce di Anneke è una sirena che ci attira verso le profondità.

Great Ocean Road incarna L’epifania del movimento. Il brano esplode in un tripudio psichedelico che è pura celebrazione dello spazio, del viaggio come atto sacro di liberazione dal sé. Rescue Me rievoca solenne Il dramma della dualità. Quiete e tempesta, sussurri e urla distorte. È il conflitto gnostico tra la scintilla divina intrappolata nella materia e il desiderio di liberazione.

Liberty Bell è uno sprazzo e un miraggio di normalità. Il brano più “rock”, ma è un inganno. È l’illusione della forma, un’ancora momentanea prima di riprendere il largo verso l’ignoto. Travel incarna la sintesi del primo disco. Un’odissea di nove minuti che racchiude in sé l’essenza del viaggio: la partenza, lo smarrimento, la contemplazione e l’arrivo in un luogo che è solo un nuovo punto di partenza.

Il secondo disco è invece il viaggio interiore, la discesa nell’inconscio e l’ascesa al sovrasensibile. South American Ghost Ride mormora di puro sciamanesimo sonoro. Un pezzo strumentale guidato da un didgeridoo che non evoca l’Australia, ma un deserto dell’anima, un trip da ayahuasca sotto un cielo alieno.

Probably Built in the Fifties impone una riflessione onirica sulla natura del tempo e della realtà. Le strutture che crediamo solide (“costruite negli anni Cinquanta”) sono forse solo proiezioni effimere della nostra coscienza.

How to Measure a Planet? infine si svela come il sancta sanctorum dell’album. Quasi trenta minuti di musica cosmica, di ambient che lambisce il silenzio. Non è musica da ascoltare, ma uno spazio da abitare, prima inviolato e muto. È il suono del vuoto primordiale, il ronzio dell’universo prima della creazione. È il tentativo, destinato al fallimento e per questo sublime, di misurare ciò che per sua natura è senza misura: Dio, il Cosmo, l’Anima.

Quindi cosa ci dice oggi “How to Measure a Planet?” quasi trent’anni dopo? In un’epoca di consumismo musicale bulimico, dominata da playlist algoritmiche e canzoni di due minuti pensate per la soglia di attenzione di un social network, quest’album è un atto di resistenza. Ci chiede tempo. Ci chiede dedizione. Ci chiede di spegnere il rumore del mondo e di metterci in ascolto. Sono convinto senza alcuna smentita possibile che l suo valore è cresciuto in modo esponenziale.

La sua domanda fondamentale – come misuriamo ciò che conta davvero? – è più pertinente che mai in un mondo ossessionato dalla metrica, dai dati, dai “like”, che cerca di quantificare ogni aspetto dell’esistenza umana.

I The Gathering ci hanno offerto un’alternativa: la via della contemplazione, dell’accettazione del mistero, della bellezza che risiede non nelle risposte, ma nella profondità delle domande. Ascoltare “How to Measure a Planet?” oggi non è un atto di nostalgia. È un paradigma spirituale. È scegliere di misurare la nostra giornata non in ore produttive, ma in momenti di meraviglia. È capire che il nostro pianeta interiore, la nostra anima, non può essere misurato con gli strumenti della logica, ma solo esplorato con il coraggio della poesia e la fede nel suono. È un artefatto che ancora chiede di essere decifrato,una liturgia laica per un’umanità in cerca della propria perduta sacralità.