Il gigante della montagna – Omaggio a Beppe Riva

Ho riascoltato Hall of the Mountain King. Per molti è il capolavoro assoluto dei Savatage, a dispetto di tutto quello che c’è stato dopo. In effetti, se non il picco, è il disco dove le due anime del gruppo, quella più classicamente heavy e l’altra istrionica, operistica, raggiungono un temporaneo equilibrio, anche se per quanto mi riguarda, a dispetto della presenza di Paul O’ Neill come produttore, non avverto evidenti avvisaglie di tutta la grandeur in stile Broadway di album come Streets o Gutter Ballet. Potrei convincermi di sì, ma solo sapendo ciò che sarebbe successo dopo. In altre parole, se i Savatage fossero stati risucchiati da un vuoto spazio-temporale volando sopra il triangolo delle Bermude, oggi non potremmo assolutamente intuire il cammino intrapreso con O’ Neill. Ma di una cosa saremmo stati certi, ovvero che prima di sparire dai radar delle torri di controllo, i Savatage avevano raggiunto la loro forma definitiva, dopo una prima parte di carriera massiccia e un po’ troppo crudetta e un momentaneo svarione commerciale.

A dirla tutta, Fight For The Rock oggi non appare così brutto e indegno rispetto al resto della discografia del gruppo. Soprattutto non corrisponde la nostra percezione rispetto a quella che ne ebbero i fan degli anni 80. Al tempo, o meglio un po’ dopo, in occasione dell’uscita di Hall Of The Mountain King, Beppe Riva difese già quel disco dicendo che non era un tentativo vigliacco di seguire il trend tipico delle band metal radiofoniche anni 80, ma un omaggio alla scuola hard rock del decennio precedente.

In effetti, almeno la prima parte della scaletta di quel disco, sa molto di anni 70 e mantiene una innegabile qualità di scrittura. Il problema allora era che i Savatage non suonavano pesanti come in Power Of The Night e li si accusò di essersi rammolliti e di tradire la causa del vero metallo. E il gruppo quanto tornò in studio per registrare Hall Of The Mountain King, era talmente deciso a riabilitarsi agli occhi di quei critici, da rifiutare molti degli input che O’ Neill tentò già di trasmettergli. Volevano essere metal e basta. Persino la parentesi neo-classica di Prelude To Madness, con l’omaggio a Grieg e il suo Peer Gynt, fu per loro un azzardo a quel tempo. (Per la verità gli Helloween l’avevano già fatto in Walls Of Jericho un paio d’anni prima e quasi nessuno se ne era accorto)

Ma non voglio rifarvi la solita lezioncina di Storia. Vi parlo della riabilitazione di Fight for the Rock da parte di Beppe Riva, confessata in tempi non sospetti e molto rischiosi per lui, perché mi preme di più dedicarmi alla sua penna che al disco celebre dei Savatage, di cui si è scritto, detto, cianciato di tutto, negli ultimi decenni, al punto che quasi non avrei voluto più riascoltarlo.

Rileggendo la recensione che pubblicò Riva su Metal Shock, ho notato alcune cose di cui vorrei parlarvi e che secondo me, denotano la sua effettiva grandezza di autore.

Non parlo di giornalismo. Beppe, con tutto il rispetto per la categoria, era soprattutto uno in grado di descrivere e giudicare i dischi che uscivano. E aggiungo, senza voler sminuire le sue “storiche” interviste ai Manowar, i Death SS o i Baby Animals, che la grandezza di Riva era nella sua capacità di raggiungere con la fantasia i recessi di un mondo che noi italiani, nei momenti salienti, guardavamo dalle brume immaginifiche della nostra cameretta.

Io di lui penso molto bene, sia chiaro. Non è semplicemente uno che ebbe la fortuna di scrivere su Metal Shock negli anni “che contano” come direbbe Giovanni Loria, ma è uno che al di là di tutto seppe scrivere e descrivere il metal a dispetto della stagione favorevole che visse per sua fortuna, dall’Italia.

Ancora oggi, la maggior parte delle recensioni in rete sono piene di espressioni create da Riva e per quanto le generazioni più recenti dei metallari gli tributino grande rispetto senza aver mai letto le sue cose storiche, è un fatto che per la maggior parte, scrivano quasi tutti scimmiottandone lo stile e senza sospettarlo nemmeno. Pensano che per scrivere di metal si debba usare un determinato gergo da “esperti vivisettori” e basta.

Riva scrisse un giudizio molto favorevole di Hall of the Mountain King. Bella forza, direte voi, “è un capolavoro!”

Permettetemi però di farvi riflettere su una cosa. Nel 1987 non era così scontato capire certe cose che oggi sembrano tanto evidenti. Non dimentichiamo che i Savatage, così come tantissimi altri gruppi, giocavano tutti nello stesso campionato dei Metallica e degli Iron Maiden. Allora i numerosi capolavori degli anni 80 erano solo dischi inferiori a Master Of Puppets o Iron Maiden e gruppi come Armored Saint o Riot, venivano considerati con rispetto ma anche una certa indifferenza perché non riempivano gli stadi, non vendevano milioni di dischi e non scrivevano brani al livello di Machine Head dei Purple o Heaven And Hell dei Black Sabbath.

Al tempo di Seventh Son o di Turbo, non era per nulla chiaro cosa fosse buono e cosa fosse scadente persino per quelli che oggi sono i giganti assoluti del genere. Sono molte le stroncature clamorose di album ormai indiscutibili e la cosa è piuttosto naturale. Ci stava quindi che il ritorno dei Savatage, dopo la delusione di Fight… non raccogliesse l’attenzione e la lucidità che si meritava, quando a contendere l’attenzione e lo spazio cartaceo dei recensori c’erano pure gli Aerosmith di Permanent Vacation, License To Kill dei Malice o Visual Lies di Lizzy Borden, tutti in uscita nel giro di pochi giorni.

Ma Beppe Riva festeggiò il recupero dei Savatage e spiegò perché, secondo lui, erano così importanti. Loro avevano capacità creative e stilistiche in grado di  “rivitalizzare” il classico heavy metal. Già allora, c’era un “classico” heavy metal da rivitalizzare… nel 1987.

La prosa di Riva nella recensione di Hall… è come sempre in quel periodo, piena di espressioni all’inglese ricevute dall’estero tipo “headbangers” o “heavies” o altre rimasticate all’Italiana come “metal-tifosi” o neologismi arditi che non hanno avuto molta fortuna (“speedisteria”).

Si alternano espressioni ridondanti come “attacco fonico” o “suono titanico” e la ormai mefitica “non fanno prigionieri”. Questo armamentario di cui Riva era un eloquente manipolatore e con il quale ha infettato centinaia di recensori, è la scorsa un po’ provinciale del suo stile che io giudico innocente, da autentico entusiasta di periferia quale lui giustamente era. La sua grandezza però era improvvisa, dietro un capoverso.

Per esempio nessuno di quelli che oggi scrivono di metal saprebbe definire la voce di Jon Oliva come “rapace” o disegnare acusticamente il brano Beyond the Doors of the Dark come “un salmo doom-metal” in cui “la chitarra crea una vertigine d’annientamento mentre il basso-catapulta resiste…” avete letto bene, “il basso-catapulta!”.

Erano proprio gli anni 80 e il basso era una catapulta sonora, yeah.

Capite, è qui che Riva potrebbe ancora insegnare qualcosa ai giovani, nell’uso fantasioso e visionario delle parole e nel suo irresistibile provincialismo. Ma al di là del suo talento innegabile di scrittore, per fare una cosa del genere bisogna essere spericolati con le parole, senza paura di inventarsi qualche boiata retorica; soprattutto leggere parecchio e oltre i nomi tipici della biblioteca del metallaro (King, Tolkien, Lovecraft, Coelho).

Per chiudere su Hall of the Mountain King, vi confesso che ho scoperto solo ora la presenza del compianto Ray Gillen sul mio brano preferito dell’album: Strange Ways. Nei credits c’è scritto che fa i cori e in effetti nel 1987 lui era ancora un turnista, non una guest-star, ma per me a tratti, in quel pezzo, specie nella parte finale, sembra di ascoltare tra lui e Oliva un duetto in stile Plant e Sandy Danny su The Battle Of Evermore, con i dovuti distinguo, ovvio. RIP Ray.