CIRCA 1980: American thrash metal band the Testament pose. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Murphy’s Law – Eric Peterson va a lezione di cattiveria

Tutti si ricordano del Monsters of Rock di Reggio Emilia del settembre del 1992 come uno dei più grandi festival tenuti in Italia, se non il migliore in assoluto, per i nomi in cartellone presenti in una sola giornata. Avere sul palco consecutivamente Pantera, Testament, Megadeth, Sabbath e Maiden significava poter ammirare 5 potenziali headliners nello spazio di poche ore. Fortunatamente anche chi non era presente al momento ha potuto gustarsi lo show grazie alla trasmissione di Videomusic ancora presente in rete.
Però c’era dell’altro, una sottile e impalpabile nebbiolina che diventava a tratti un’ ingombrante presenza, un ospite inatteso e per alcuni indesiderato. Non mi riferisco all’aria di imminente smobilitazione di un intero movimento, il colossale disastro che coinvolgerà l’area mainstream del mondo Heavy Metal da classifica causato dalle teste di ariete del grunge. Una rivoluzione che nei big markets era già consistente, da noi se ne percepivano dei segnali già a partire dal Monsters of Rock dell’anno prima a Modena, e delle evidenze quel giorno stesso, sotto forma della cattiva accoglienza riservata al nostrano Pino Scotto e ai Warrant, ma anche delle camice di flanella esibite da Mustaine e Friedman dei Megadeth nel backstage e sul palco.No, l’altro ospite era la Morte, o meglio la sua declinazione in ambito metal estremo. Nel 1992 erano già usciti numerosi dischi che poi sarebbero stati riconosciuti come dei capisaldi del genere, ma già ampiamente acclamati come dei classici dagli appassionati; tra il pubblico si notavano numerose t-shirts di Deicide, Death, Obituary e compagnia, e a livello underground dei tour di queste band erano già transitati nel nostro paese.

Ma fu l’esibizione dei Testament in quella giornata, e di Chuck Billy in particolare, a dare un forte imprimatur, una sorta di via libera a tutto un movimento. Prendete e mangiatene tutti.
Classici come “Trial By Fire” e “Disciples Of The Watch” godono di un trattamento particolare da parte di Capo Chuck, che li condisce spesso con dei finali di verso in pieno stile Growl in aggiunta al suo proverbiale ringhio thrash. C’è da aggiungere che probabilmente Chuck non aveva ancora sviluppato pienamente questa tecnica, l’impressione era che non la padroneggiasse come negli anni seguenti, quando poi è diventato uno dei vocalists più versatili in ambito metal. Infatti nel momento in cui c’era il picco del growl si sentiva come un output di volume diverso fuoriuscire dall’impianto, come se qualcuno avesse azionato uno switch con un effetto sulla voce per aiutare la naturale spinta del diaframma.

Ma quale potrebbe essere stata la genesi di questa progressiva estremizzazione del Testament sound, che avrà completa sublimazione nei tre dischi successivi degli anni 90, passando dal monolite sonoro “Demonic” del 1997 fino al caposaldo “The Gathering” del 1999?

Dai Testament ci si attendeva ragionevolmente che entrassero nella Big League del metal, le aspettative erano state alte già dall’uscita del famoso demotape a nome “Legacy” di qualche anno prima. Non a caso la Atlantic aveva investito pesantemente in promozione e circolazione del nome inviandoli ogni anno in tour in Europa e agganciandoli al carrozzone Clash of the Titans dopo che “Practice What You Preach” aveva raggiunto la ragguardevole cifra di circa mezzo milione di copie vendute, il disco d’oro della RIAA e la posizione numero 77 nella top 200 di Billboard. Ma quello purtroppo sarà un picco di vendite che la band non avrebbe replicato con i successivi due album.

Facendo un paragone sportivo la band sembrava uno di quei giocatori appena usciti dal college con grandi ambizioni di essere scelti al primo giro e che il giorno del draft per entrare nei Pro si piazzano davanti allo schermo con tutta la famiglia e le bottiglie di champagne in frigo. Man mano che il draft snocciola i prescelti e il nome non viene pronunciato le espressioni del viso da entusiaste diventano dapprima preoccupate e poi deluse perché più il tempo passa e più il tanto sognato contratto milionario si riduce di valore.

Quando la realtà colpì in modo duro sotto forma dello tsunami grunge i Testament non erano ancora riusciti ad approdare nel porto sicuro dei palinsesti MTV o delle grandi arene in compagnia di Metallica e Guns, ma di questa situazione ne ha già scritto in modo approfondito Francesco in questo articolo di alcuni anni fa.

Quello che ci interessa ricordare è il fatto che al tempo del concerto di Reggio Emilia Skolnick e Clemente avevano già annunciato la loro uscita dal gruppo alla fine del tour, e parallelamente la band stava cambiando management. Tutto sembrava crollare intorno ai tre superstiti e l’umore della combriccola diventava sempre più pesante e denso di preoccupazioni per il futuro.

“È stato un periodo difficile per noi, eravamo in una situazione imbarazzante. Eric, Greg (Christian, ex bassista) e io volevamo suonare in una band più heavy, ma eravamo sotto pressione perché venivano da noi e ci chiedevano direttamente di fare un disco “alternativo”, e noi rispondevamo: “Sì, certo, ma se non sappiamo nemmeno da dove cominciare!”. (da un’intervista a Chuck, periodo Demonic, 1997)

Metaforicamente questo è quindi il periodo in cui Eric e Chuck si immersero “Into The Pit” e si precipitarono alla ricerca delle proprie radici, come si fa di solito nei periodi di crisi, man mano che l’abisso diventava sempre più buio si imbatterono nelle visioni della propria passione musicale. Quando riemersero dalle “Raging Waters” non sono più soli, ma con una preda, che assumeva le sembianze della chitarra di James Murphy.

James era uno degli architetti dell’incredibile muro di chitarre alla base di “Spiritual Healing” dei Death e “Cause of Death” degli Obituary, e portava con sé l’esperienza maturata lavorando insieme a Scott Burns su quei lavori seminali per il genere. In particolare il gusto per le melodie sulfuree con le quali condiva gli assoli e le armonizzazioni, che facevano da contraltare all’impenetrabile montagna scura delle ritmiche. Dal punto di vista del lavoro in studio di registrazione Murphy portò nei Testament una mentalità più estrema e sperimentale.

Eric Peterson ha più volte riconosciuto che il suo contributo spinse la band a esplorare territori più death e groove-oriented, lontani dal thrash classico dei primi anni.

“Lavorare con James ha aperto una porta completamente nuova in termini di suono e stratificazione delle chitarre. Aveva quella mentalità da death metaller, ma era anche molto melodico. Ho imparato parecchio osservandolo costruire quel muro sonoro. Dopo Low non volevamo tornare indietro. Avevamo toccato qualcosa di più oscuro e malvagio, e Demonic è stato come andare fino in fondo” (Eric Peterson su Blabbermouth, 2018)

Questo approccio, la ricerca di una densità timbrica più cupa e stratificata, è ciò che avrebbe caratterizzato “Demonic” e persino i momenti più pesanti di “The Gathering”. L’ uso di accordature più basse (Drop D e oltre), il layering di 3–4 tracce di chitarra per ottenere spessore, una maggiore attenzione alla sincronia tra doppia cassa e riff, tipica del death metal tecnico, diventarono una componente stabile dello stile di Peterson post-Low.

Vocalmente Chuck Billy portò a maturazione lo stile growl dal quale era sempre stato affascinato, e dichiarò al portale online Lollipop Magazine nel 1998 che durante il processo compositivo di Demonic veniva fortemente incoraggiato dal resto della band a continuare la sperimentazione in tal senso:

“Dog Faced Gods” su Low è stata la prima volta in cui ho cantato un’ intera canzone con la voce Death Metal, e ho ricevuto tanti feedback positivi anche dai fans. La gente sembrava gradire quell’approccio. Così su Demonic abbiamo provato a superare Low in questo senso. Quando abbiamo iniziato a scrivere i pezzi la musica ha preso naturalmente una direzione più aggressiva ma io continuavo ad interpretare i pezzi con il vecchio stile. Però ogni volta che tentavo uno switch alla voce death, Eric e gli altri mi fissavano ed esclamavano: “Si, cantala in questo modo!!”

Ovviamente la passione di Eric Peterson per il metal estremo non nasceva affatto dall’incontro con James Murphy, quella collaborazione lo aiutò a raffinare certe idee, ma le radici della sua attrazione per il death/black erano molto più antiche e profonde.
Queste considerazioni saranno state fatte sicuramente tantissime volte, ma occorre ribadire il concetto che nella Bay Area le sonorità più dure derivanti da una matrice Anglo/Europea attecchirono subito e in misura maggiore rispetto ad altre zone degli Stati Uniti, anche perché trovarono un terreno molto fertile su cui germogliare, e le motivazioni erano tante:

– Il pubblico era già educato all’ aggressività sonora, la Bay Area aveva una base di fan anti-mainstream, cresciuti ascoltando punk hardcore locale; il versante più dark della NWOBHM e il rock psichedelico “sporco” anni ’70 che a San Francisco non era mai scomparso. Questo pubblico non cercava musica commerciale, ma esattamente l’opposto: più era estrema, più la comunità la accoglieva. Quando gruppi come Exodus, Possessed, Metallica o Testament inserirono elementi più duri, nessuno li penalizzò, anzi, furono premiati.

– Esisteva una rete di clubs che non censurava né l’intensità né la violenza del suono, come il Ruthie’s Inn, il Mabuhay Gardens, The Stone, ecc. Spesso questi locali ospitavano serate dove le band punk e metal suonavano insieme, creando la fusione ideale perché i metalhead assimilassero la velocità e la furia hardcore. In altre città gli stessi esperimenti venivano stroncati dai proprietari dei locali o dal pubblico.

– Una scena che era realmente “comunitaria”, famosa per la condivisione totale: scambio cassette di band europee, sale prove in ambienti condivisi, musicisti che condividevano riff, idee, ampli, pedali e persino membri di band, ascoltandosi e influenzandosi a vicenda.
In altre città americane ciò non accadeva: la scena era più chiusa, rigida, competitiva in senso ostile e non creativo.

– Non ultime, le affinità ambientali. Può sembrare secondario, ma è un dettaglio che molti musicisti citano in retrospettiva: San Francisco non è la California solare da cartolina; è nebbiosa, ventosa, piena di architetture gotiche e Vittoriane, con un paesaggio urbano che ricorda più l’Inghilterra autunnale o la malinconia nordica che non il resto della West Coast. Questa estetica, ponti avvolti dalla nebbia, palazzi vittoriani, notte perenne sulle colline, era un fertile terreno emotivo per l’assimilazione di atmosfere europee fosche, apocalittiche, esoteriche, come quelle di Celtic Frost o Bathory. Parallelamente, alcune zone della East Bay possono ricordare i bacini industriali tedeschi. Città come Oakland, Richmond, Concord hanno un tono urbano caratterizzato da fumi, capannoni, luci industriali, porti, raffinerie, ecc. Per un giovane musicista della East Bay, l’immaginario rude e operaio delle band tedesche non risultava esotico, ma estremamente familiare.

Eric ha dichiarato più volte che la figura di Cronos con i Venom dell’epoca aveva fatto da imprinting per modellare i propri gusti musicali fin dall’inizio degli anni ’80. Persino il tatuaggio che tutti i membri della band fecero sul braccio destro con i 250 dollari ricevuti come paga per un live show si ispirava alla classica front cover di “Black Metal”. Molto prima che il black metal esplodesse in Norvegia, Peterson era già attirato in quella direzione, e non era solo un’influenza musicale: estetica oscura, riff minimali e sinistri, atmosfere quasi rituali, uso del tremolo picking primordiale, queste sono probabilmente la radici più importanti del suo futuro interesse per sonorità ancora più estreme. (Clicca qui per la seconda parte)