Mötley Crüe – New Tattoo: un attimo di lucidità

A cavallo tra vecchio e nuovo millennio i Mötley Crüe avevano già vissuto una decina di vite, sperimentato di tutto, scassato tutto, penetrato qualsiasi orifizio vagamente penetrabile, guadagnatoo e speso ingenti cifre di denaro, venduto 35 milioni di dischi e bevuto qualsiasi liquido minimamente assimilabile dall’organismo umano. Nel 1998 si erano ripresi ogni diritto sulla propria musica alla scadenza del contratto con la Elektra ed erano i padroni del mondo.

Tra il 1997 ed il 1999 Vince Neil e Tommy Lee si avvicenvano nelle file della band, il figliol prodigo Neil rientra nei ranghi dopo un lustro di iato e, soprattutto, dopo la perdita di Skylar, la sua bimba di appena 4 anni stroncata dal cancro; al contempo Tommy Lee è sempre più preso da megalomanie e faccende di ogni tipo: la burrascosa storia d’amore con Pamela Anderson lo ha usurato a dovere e mandato anche in carcere per violenze domestiche.

Poi c’è la fregola di mettersi a fare altro, dopotutto il disco omonimo del 1994 con John Corabi ai microfoni e “Generation Swine” nel 1997 sembravano voler dare nuovo impulso alla storia dei Crüe, ma a Lee non basta, il richiamo dell’hip hop e di un sound alternative sempre meno alternativo al mainstream sono un richiamo più ossessivo e ammaliante di quello delle sirene di Ulisse.

Infine, c’è un costante e generoso abuso di alcol e droghe a rendere il cervello di Tommy Lee una frittata egocentrica e annebbiata. Nascono così i Methods Of Mayhem, mentre i Crüe riprendono faticosamente la propria strada, dovendo dare un seguito ai due album più eterodossi della loro carriera.

Ripercorrendola brevemente:

“Too Fast For Love” (1981) e “Shout At The Devil” (1983) sono due titoli pressoché perfetti, il grosso del mito della band ha qui le proprie fondamenta, non una virgola fuori posto (a patto di apprezzare il genere, s’intende).

“Theatre of Pain” (1985) segna un po’ di malcontento tra i fans più intransigenti per via dello slittamento dalla componente più truce e stradaiola verso l’hair glam. Per anni ho dato per scontato il giudizio della vulgata popolare, per poi ascoltare per bene l’album e scoprire che non era affatto così mediocre come dicevano tanti. Pur non potendo reggere il paragone con i due precedenti, rimane un lavoro godibilissimo, solido, divertente da morire, con alcune perle in scaletta (“Louder Than Hell”, “Keep Your Eye On The Money”, “Tonight”, “Home Sweet Home”) e affatto adagiato solo e soltanto sulla cover dei Brownsville Station “Smokin’ In The Boys Room”.

Insomma, “Theatre Of Pain” è un po’ il “Condition Critical” dei Mötley Crüe, con l’arduo compito di bissare un successo quasi impossibile da ripetere, che tradotto significa un buon album che parte già sconfitto in partenza, anche perché si sa, trucco e parrucco sono inversamente proporzionali al testosterone dei maschi alfa borchiati.

“Girls, Girls, Girls” (1987) migliora un po’ la reputazione dei Crüe grazie a una title-track che da sola si mangia tutto l’album, eternando il nome dei Mötley nella storia dell’hard rock e poggiando a tutta forza sugli stereotipi più triti e ritriti del filone, gli strip bar, le ragazze facili, i coltelli a serramanico, le risse, l’alcol, i motori che fanno “vrrooooom!”, sbruffoneria, strafottenza e gambe divaricate. Tutto ciò che personalmente aborro in ambito rock e metal, anche se qui i Crüe lo fanno in modo adorabile, bisogna ammetterlo. Ditemi quanta differenza c’è tra “Girls, Girls, Girls” e “Blow Your Speaker” dei Manowar, usciti ad appena tre mesi di distanza l’uno dall’altro; ditemi a quante miglia borchiate di distanza si posizionano concettualmente queste due polarità? E allora è come giocare sul velluto.

“Dr. Feelgood” nel 1989 consacra una band che è già ampiamente consacrata, ma ribadirlo così sfacciatamente e platealmente fa aumentare a dismisura le azioni in borsa dei Crüe. A questa altezza non ci sono rivali, piaccia o non piaccia è la sacrosanta verità. Sono già dei sopravvissuti a mille mogli, incidenti (mortali per gli altri) overdosi e quant’altro, e siedono incuranti di tutto ciò sul loro trono di oro, Jack Daniel’s e micro bikini fluo.

Gli anni ’90 si prendono questi miliardari storditi e intossicati e se li masticano ben bene, risputandoli parecchio più malconci di prima. Ne hanno prese di botte i Crüe quando nel 2000 cercano di voltar pagina sostanzialmente tornano a pagina 1.

Al posto di Lee c’è Randy Castillo, ex batterista di Lita Ford e Ozzy Osbourne, gran bravo musicista, ma decisamente meno appariscente e glamour di Tommy lo spericolato che ruotava con la sua batteria dentro gabbie di metallo sulle teste dei compagni nei live set.

La smania di abbracciare lo zeitgeist fatto di suoni industrial, grunge e alternative si è placata come una febbre e ha lasciato il posto alla normalizzazione dei Crüe.

Si ritorna al caro vecchio spirito tipicamente Mötley Crüe ma quello che mi è sempre piaciuto della band di quel momento storico è che il tutto avviene con un basso profilo. Solitamente chi recupera il vestito che gli calzava a pennello e che lo ha fatto amare dal pubblico lo fa sempre con una certa fierezza e prosopopea, come se dopo uno sbandamento irresponsabile riprendesse la retta via.

Lo hanno fatto ad esempio i Megadeth da “The System Has Failed” in poi; i Kreator di “Violent Revolution”; gli Anthrax di “Worship Music”; persino i Metallica di “Death Magnetic” (al netto del risultato poi concretizzatosi sui dischi, ma perlomeno quelle erano le intenzioni sbandierate).

I Crüe di “New Tatto” invece tornano sul luogo del delitto in punta di piedi, senza dare nell’occhio, quasi per dimostrare in primis a loro stessi di essere ancora in grado di recuperare determinate sonorità e di poterlo fare in modo credibile.

Non senza una certa autoironia, chiamano il disco “Nuovo Tatuaggio”, che allude naturalmente a un altro capitolo della loro storia, ma fa anche il verso alla canzone di Bruce Dickinson “Tattoed Millionaire”, scritta a sua volta per bullizzare Nikki Sixx che aveva flirtato con la moglie dello stentoreo cantore della Vergine di Ferro, campione di integerrima moralità.

A conti fatti “New Tattoo” è a suo modo un album persino commovente, sembra una versione dei Mötley Crüe “da camera”, sobri, ridimensionati, rinunciatari rispetto al glamour-perché-sì che li aveva messi sul tetto del mondo.

Per proseguire temerariamente sul binario parallelo con i Maiden, “New Tattoo” è un po’ il “No Prayer For The Dying” dei Crüe, sciolto e liberato da orpelli di ogni tipo e tutto concentrato solo sull’essenza di una band, la musica. È tutto ridotto al minimo in questi solchi, sommesso, attenuato, quasi umile (ho detto quasi eh…), a conti fatti il ritorno più logico per degli ultraquarantenni oramai fuori dal tempo.

Ed è un disco assolutamente centrato secondo me (differentemente da “No Prayer”), perché nella scaletta non c’è una sola canzone sbagliata. Se si accetta di porre il fuoco esclusivamente sul songwriting, “New Tattoo” è un lavoro molto buono, sorprendente, concreto, tutto sostanza.

Ma per come l’ho descritto sin qui non vorrei che si equivocasse sulla componente del divertimento, ingrediente fondamentale se si parla dei Mötley Crüe. L’ottavo album di quella discografia è tutto fuorché depresso, grigio o sottotono, semmai è vero il contrario, è vitaminico senza essere eccessivo, è spumeggiante senza strafare, un lavoro che anziché cincischiare davanti allo specchio guarda a trarre il massimo da ogni singolo strumento.

Non manca la cover neanche stavolta, incaricata addirittura di chiudere la scaletta, è “White Punks On Dope” dei The Tubes, praticamente una polaroid dei Crüe. “Hell On High Heels”, “New Tattoo”, “1st Band On The Moon”, “Punched In The Teeth By Love”, “Hollywood Ending”, “Porno Star”, si susseguono senza soluzione di continuità e senza il minimo calo di adrenalina ed endorfine. I Crüe, questi Crüe, sembrano una band ripulita, rinata, ringiovanita.

Naturalmente i Crüe sono sempre i Crüe e quindi non possono mancare le dichiarazioni alla cazzo, come quella di Nikki Sixx che dice che “New Tattoo” doveva essere il vero successore di “Dr. Feelgood”, in qualche maniera disconoscendo i due album “strani” di casa Crüe (“Mötley Crüe” e “Generation Swine”), e dando per scontato che filologicamente “New Tattoo” potesse essere il seguito coerente di “Dr. Feelgood”, entrambe asserzioni alquanto discutibili dal mio punto di vista.

Non solo perlomeno “Mötley Crüe” è stato un disco tanto atipico quanto stupendo all’interno della storia della band, ma i Crüe di “Dr Feelgood” erano sideralmente distanti da quelli di “New Tattoo”, tanto nelle sonorità quanto nella testa e nell’attitudine. Dal canto suo Mick Mars, eterno Calimero dei Crüe, disse di essere stato poco coinvolto nella realizzazione dell’album, i suoi compagni lo avevano ostracizzato.

Come una specie di novello Ace Frehley, Mars dichiarò bellamente di non aver scritto manco una riga di “New Tattoo” e di averne suonato pochissimo, forse una canzone. Pubblicato l’11 giugno del 2000 il disco si piazzò al 41° posto nella Billboard 200 per poi calare rapidamente. Si narra che abbia venduto in totale circa 203.000 copie negli Stati Uniti.

È comunque diventato disco d’oro negli States e di platino in Australia, ed è naturalmente entrato in classifica in Giappone, ancora di salvezza per qualunque band avesse una chitarra elettrica negli anni ’80 e poi in quelli a seguire.

Poco prima di partire per il tour dell’album, Castillo si ritrova il duodeno bucato dall’ulcera; sarà solo l’inizio, seguirà il carcinoma. Dal vivo verrà sostituito dalla batterista delle Hole Samantha Maloney, e francamente non avrei voluto essere al suo posto per mesi su un tour bus con i Crüe, anche se magari con i proventi ci si sarà comprata una casa a Malibù.

“New Tatto” è il disco forse più sottovalutato dei Mötley Crüe, sicuramente quello più dimenticato, al punto che qualcuno davvero non si ricorda che sia mai esistito. Anche perché nel 2008 la band dismise il basso profilo per ritentare la scalata pacchiana e chiassosa al trono del rock ‘n roll con “Saints Of Los Angeles”, l’album che avrebbe dovuto far ripartire daccapo il circo dei Mötley Crüe. Quello sì, una sorta di “Dr. Feelgood” parte seconda, con la title-track dell’uno che fa neanche troppo velatamente il verso alla title-track dell’altro, nella speranza di bissarne il clamoroso successo.

A mio modesto parere “Saints Of Los Angeles” non è un brutto album, poteva andare assai peggio con dei rottami post-tutto come i Mötley Crüe del 2008, ma il punto è che la band – al gran completo, con Tommy Lee rimessosi in sella del suo sgabello dietro le pelli – si era un po’ sopravvalutata.

Da “Saints Of Los Angeles” si poteva trarre un EP di grande valore, 13 tracce per un totale di 44 minuti sono davvero troppi per i Crüe cinquantenni (Mars ne ha una decina in più), reduci da una vita che avrebbe ammazzato anche dei tori; senza contare la oramai disastrosa resa dal vivo della band. Ecco, qui i Crüe peccano di hybris, non si arrendono all’evidenza dei radicali liberi e anzi rilanciano, facendo finta di essere una band che ha ancora infinite frecce al proprio arco, ma sostanzialmente la loro parabola è già finita, hai voglia a serie TV sporcaccione, biopic Netflix e tour d’addio.

Per fortuna, discograficamente parlando, “Saints Of Los Angeles” rimane l’ultimo capitolo della band, non un album maestoso, ma tutto sommato ancora dignitoso, un passo oltre e ci sarebbe stato da vergognarsi di cosa poteva andare in stampa. Lasciando perdere questa coda e facendo un passo indietro, è ancora possibile gustarsi lo squisito “New Tattoo”, un disco da underdog, pensato, scritto e suonato da una band (all’epoca) molto lucida e realista, che si stava ricostruendo e provava a ritrovare fiducia in se stessa. Fermate le lancette a quel 2000 e respirate a pieni polmoni, c’è ancora tempo per 43 minuti e 22 secondi benessere e spensieratezza.