London – Lupi mannari a Los Angeles

“Gente come Kim Fowley e Rodney Bingenheimer erano i re della Strip a quei tempi. Questo attirò band da Los Angeles e anche da fuori. Gradualmente una volta arrivati, vollero essere tutti più che semplici “testimoni” di ciò che accadeva. Lentamente si sviluppò qualcosa. Gli anni Settanta lasciarono il posto agli anni Ottanta e la scena cambiò, divenendo selvaggia! Amico, è stato un momento enorme per il rock e anche per Los Angeles, lasciamelo dire. Ma quello che la gente non capisce quando parla solo di feste notturne, groupie e tutte le cazzate è che quelle cose erano giusto una parte di un vero e proprio stile di vita che permeava l’intera Hollywood”. – Lizzie Grey

I London sono un capitolo interessante nella storia del metal della Los Angeles anni 80. Non lo sto dicendo per la musica che realizzarono o per ciò che rappresentarono nell’evoluzione dei costumi, dell’attitudine di quel posto. In effetti loro erano seduti in prima fila, in quella baraonda di lustrini, lacca e schitarrate allucinanti, e contribuirono in diversi modi all’insieme che si definì e poi sviluppò. Immaginate la storia dei Van Halen con la colonna sonora scritta e suonata dai White Tiger e avrete un’idea del concetto che sto cercando di descrivervi in questo incipit su cosa furono i London.

Non sto dicendo che Nadir D’Priest sia una schiappa di cantante o che Lizzie Grey sia stato un mediocre chitarruncolo sul sedere del sunset strip. Entrambi sono e sono stati nel caso di Grey, morto nel 2019, musicisti dalle qualità indiscutibili, ma se dovessi basarmi solo sulla loro eredità discografica, vale a dire quattro album di cui uno che fu pubblicato con un altro nome e che poi venne reintegrato nel curriculum creativo dei London successivamente, avrei un concetto piuttosto vago e fuorviante della loro epopea artistica a Los Angeles.

Non ho finito con i se.

Se non ci fosse il documentario “The Decline Of Western Civilization II” in cui i London ebbero spazio alla pari dei Megadeth e i Kiss; se non avessi un’attenzione ossessiva per i Motley Crue, gli W.A.S.P. e di quel decennio che non ho mai realmente vissuto, io oggi forse non saprei neanche della loro esistenza.

Non si tratta di album modesti, quelli che incisero, ma se confrontati con “Night Song” dei Cinderella, “Stay Hungry” dei Twisted Sister, il primo dei W.A.S.P. o “Blow My Fuse” dei Kix, per dire i primi quattro titoli davvero validi che mi vengono in mente, non reggerebbero il confronto.

“Non Stop Rock”; “Don’t Cry Wolf” e “Playa de rock” non esprimono la grandezza dei London; non sono all’altezza della loro storia e della Storia di cui diventarono parte.

CAPITOLO 2  – SUPER-GROUPIES

La vicenda creativa dei London ha varie fasi, documentate a stento da alcuni demo ai limiti dell’intelligibilità.

C’è il periodo con Nikki Sixx e Nigel Benjamin, che bisogna racchiudere complessivamente tra il 1979 e il 1981.

C’è quello con Blackie Lawless, sempre durante il 1981.

C’è il sodalizio tra Lizzie Grey e Nadir D’Priest, dal 1985 al 1988.

E infine la gestione semi-ereditaria di Priest e del batterista Alex Krigger, che arriva a oggi.

In queste quattro fasi, il gruppo è passato dal tentativo di rievocare le orge luccicanti delle glam band inglesi degli anni 70 (Slide, Sweet, T-Rex) come era nell’intenzione iniziale di Lizzie Grey e Nikki Sixx; al tentativo di ospitare la visione decadente e irruenta di Blackie Lawless; all’evoluzione metal verso la metà degli anni 80 per stare al passo col mercato e ottenere finalmente quello che tutti gli altri già avevano ottenuto da un pezzo: un contratto, dei soldi, la cazzo di fama.

Conoscevo Blackie Lawless da quando era adolescente e bazzicava lo Starwood e il Rainbow. Non potevi non notarlo con il suo abito da Elvira, in un tempo in cui Hollywood era tutta scintillante e glamour al massimo. Le ragazze lo prendevano in giro, ma io continuavo a pensarlo come un tipo figo. Iniziammo a collaborare insieme nei Sister, nel 1977 circa. Per un po’ entrò lui nei London e poi fondò gli W.A.S.P. che erano una evoluzione dei Sister. – Lizzie Grey

Si racconta che Nikki lasciò Grey per dare vita ai Crue, ma la verità è che il passaggio divenne graduale e che nella testa di Sixx, i London erano già i Motley Crue.

Molto del materiale dei London diventò il primo album dei Motley Crue. L’unico brano per cui sono stato effettivamente accreditato è “Public Enemy #1”, e va bene così. Peccato che per venticinque anni abbia dovuto ascoltare la gente che mi diceva: “Parlami di Nikki”, e io rispondevo: “Voglio parlare della mia band, cazzo!”. – Lizzie Grey

Nikki ha sempre detto che gli piaceva stare nei London e che loro “erano già molto Crue”, ma che a un certo punto sentì il bisogno di creare qualcosa di più cattivo ed esagerato e che non gli sarebbe stato possibile intraprendere quella nuova strada in un gruppo gestito con Lizzie. Io aggiungerei che il vero ostacolo sarebbe stato Nigel Benjamin, ma lui l’ha sempre vista in un altro modo e vorrei chiarirmi perché.

Intanto, chi era Nigel Benjamin?

Fu uno dei tanti personaggi illustri che passarono dai London, solo che a differenza degli altri era già piuttosto famoso prima di entrarci. Veniva dai Mott The Hoople, anche se con lui avevano registrato i dischi meno noti della loro carriera e per dare un senso di svolta col passato, abbreviando il nome in Mott.

Mi ero appena trasferito a Los Angeles e sul giornale lessi un annuncio di un gruppo che cercava un cantante che si ispirasse a me! Ho pensato: “Che strano!”. Così sono andato a un loro concerto quella stessa sera. – Nigel Benjamin

“Ci giunse notizia che Ian Hunter dei Mott The Hoople aveva fatto sapere che voleva cantare con noi. Considerando che ci ispiravamo anche a loro fu un bel colpo, poi ci rendemmo conto che era Nigel a essersi fatto avanti. Con lui nel gruppo le cose si alzarono di livello ma non funzionarono mai sul serio perché lui aveva problemi ad andare d’accordo con Nikki. Non aveva alcun rispetto per lui come musicista. Lo guardava dall’alto in basso. La band originale eravamo io, Sixx, Dane Rage alla batteria, John St. John al tastierista e Nigel alla voce. Nigel aveva davvero un gran talento vocale, ma il suo atteggiamento era pessimo. Non so come abbia fatto a entrare in qualche altra band”. – Lizzie Grey

Leggenda vuole che Nikki tentò di portare Lizzie nei Motley Crue e che Mick Mars rifiutò di condividere la band con un altro chitarrista. In parte è vero, perché l’atteggiamento di Mars era esattamente questo, ma Grey non fece mai parte del progetto Crue, al contrario di Nigel che invece fu invitato a unirsi a loro più volte.

“Vero, Nikki mi chiamò per far parte dei Motley Crue. Vennero da me con Tommy e Mars ma gli dissi di no. Perché lo feci? Per due ragioni. Uno, non volevo proseguire su quella strada. Avevo già fatto un sacco di roba glam anni prima, quando era ancora agli inizi. E Non volevo fare metal. Secondo, devi fidarti delle persone con cui crei una band. E io non mi fidavo di Nikki. Rifiutai anche di dare lezioni di canto a Vince Neil, perché Sixx venne a cercarmi di nuovo e mi domandò anche questo. Era come se Nikki non mi abbandonasse mai!” – Nigel Benjamin

Nigel lasciò i Motley prima di Nikki Sixx e vi tornò dopo che l’altro li aveva mollati per dedicarsi a tempo pieno ai Crue. Sia lui che Grey hanno concordato nel dire che non fu una grande idea.

“Non odiavo Nikki Sixx, davvero. Ma lui e Lizzie si erano pugnalati alle spalle tante volte e non mi piacevano queste cose. Non riuscivano a stare insieme tra loro ma davano la colpa a me. Guarda caso, dopo che mi tolsi di torno, ruppero. Uscii dalla band anche perché ormai i London per me erano finiti, inoltre il mio matrimonio stava andando a rotoli e avevo un sacco di cose da affrontare. Nonostante questo diedi a Lizzie una seconda possibilità e provammo a mettere insieme una nuova versione del gruppo, ma fu un fiasco. Un vero incubo. Il tentativo meno professionale della storia! Pensa che una sera non riuscii a entrare a un concerto al Troubador perché Lizzie si era dimenticato di mettermi in lista! Cantavo e non ero in lista, capisci? Quella stessa sera il nostro vecchio tastierista si presentò per prendere la sua attrezzatura che stava usando il nuovo arrivato, perché Lizzie non gli aveva detto che era fuori dal gruppo” – Nigel Benjamin

“Nikki tempo fa mi ha chiesto: “Lizzie, chi è Nigel Benjamin? Ho suonato con lui?” Gli ho detto: “Sì, l’hai fatto, non gli piacevi molto”. Lui ha risposto: “Mi odia, quel tizio mi odia. Non lo conosco e lui mi odia”. – Lizzie Grey

Dopo il 1981 i London passano un lungo periodo purgatoriale in cui Lizzie tenta di mettere insieme una nuova formazione. A partire da Blackie Lawless, la sfilata dei rimpiazzi è davvero impressionante. Tony Cavazo dei Quiet Riot; Slash, Steven Adler e Izzy Stardlin dei Guns n’ Roses; Fred Coury dei Cinderella.

Torno alla domanda: perché Nikki Sixx tentò di coinvolgere Nigel e lasciò indietro Lizzie, quando mise insieme i Motley Crue?

Dei due sembrerebbe più il primo a opporsi alla sua nuova visione estremizzata dei London, eppure gli domandò di unirsi ai Crue, mentre non si tenne al fianco Lizzie Grey, con cui sembrava fare coppia fissa nella giungla di Los Angeles. Era chiaro che il modo di Nikki di concepire il suono, le canzoni e l’attitudine, fossero la cosa più lontana dal senso artistico e morale che Nigel professava stizzosamente in faccia allo stesso Sixx. Nigel era convinto di dover sempre onorare la parola data, di non pugnalare nessuno alle spalle e di lavorare sodo per essere un musicista in grado di padroneggiare il proprio strumento. Immaginate i Motley Crue e confrontateli con questo elenco di norme. Chiaramente non sarebbero esistiti. Non con Nigel Benjamin.

Nikki probabilmente non aveva chiara l’antipatia di Benjamin ma sapeva bene quale fosse la vera aspirazione di Grey: suonare glitter rock. La via verso il metal che Sixx aveva intuito e che presto sarebbe diventata totale, non faceva per Lizzie, ancora con la testa al decennio precedente. Questo il fondatore dei Crue lo sapeva benissimo.

Nonostante ciò, con l’arrivo di Nadir D’Priest alla voce, Lizzie Grey accettò di trasformare i London in un epigono qualsiasi dei Crue.

Però non durò molto.

Quando capì che la band non ce l’avrebbe mai fatta nemmeno in quel modo, all’indomani dal tonfo di “Don’t Cry Wolf”, Grey decise di mollare i London per sempre e ripartire da zero con un nuovo progetto in cui rispolverare le sue inclinazioni al glam rock anni 70: gli Spiders & Snakes. Ne avete sentito parlare? No? Beh, hanno avuto una lunga carriera e Lizzie non li ha lasciati fino alla morte, nonostante il riscontro modesto. E non vi rinunciò perché erano davvero quello che lui voleva fare in una band.

PARTE 3 – THE DECLINE OF METAL CIVILIZATION

I London cominciarono prima che il fenomeno glam metal prendesse piede. Contribuirono a definirne i connotati, anche se non lasciarono grandi prove discografiche. In ogni caso, sono convinto che le canzoni del periodo Sixx/Benjamin fossero molto più interessanti di quelle realizzate da Grey con Nadir, ed è un peccato che il frutto di quel periodo iniziale, 1978-1981 non sia stato fermato su un disco.

Quando al periodo con Lawless, si trattò più che altro di un momentaneo sub-appalto da parte di Blackie. Lui  ha sempre portato avanti un progetto preciso, ovunque suonasse. È interessante perché, tolta l’esperienza con i New York Dolls, di cui si è dichiarato sempre molto orgoglioso ma che non ha lasciato traccia, ciò che ha realizzato in tutti i gruppi precedenti agli W.A.S.P. (Sister, Circus Circus e London) era già ciò che avrebbe fatto con i W.A.S.P.

Mentre Sixx, con una canzone come “Oh What A Dream Girl” si perdeva nel sentiero di smeraldo di Angel e Ziggy Stardust, Blackie aveva già buttato giù alcuni capitoli di “The Crimson Idol” con Sister e London (“Don’t Know Who I Am” e “For Whom The Bell Tolls”), un disco che guarda caso realizzò praticamente in solitaria, pur mantenendo il nome del gruppo.

Quando Lizzie Grey, nel 1985, nel via vai di musicisti a cui ormai era abituato, si ritrovò uno come Nadir D’Priest, ottenne in breve tempo un contratto con la Shrapnel Records di Mike Varney, dopo quasi sei anni di intense vicissitudini e buchi nell’acqua.

L’album “Non-Stop Rock” non era granché e negli anni è invecchiato male, ma quello straccio di disco fece fare il salto ai London, dall’oceano larvale di aspiranti rockstar, a un gruppo vero, che ha una carriera avviata, un contratto e tutto il resto. Ciò permise a Grey e Nadir di partecipare al documentario The Decline Of Western Civilization della Spheeris e di presenziare dalla parte di chi ce la stava facendo.

E se, come sostiene Mustaine, fu per colpa di quel film se la scena metal di Los Angeles perse il favore del pubblico, di sicuro i London ci guadagnarono in popolarità e carisma, anche se a vederli sul palco, in quel documentario appaiono oggi come degli energumeni folcloristici del posto, alla stregua degli Odin. Ma da The Metal Years nessuno esce bene.

La Spheeris realizzò un quadro più vario possibile della situazione del metal losangelino nel 1986, ma è chiaro che gli intervistati si possano dividere in due scaglioni precisi. gli scappati di casa con i capelli tinti e lo sguardo perso che biascicano di voler diventare rockstar e quelli che invece sono già stati accolti nel business, come Ozzy, Gene Simmons e Nick Holmes. Il problema è che dei due branchi non si capisce chi sia quello più patetico.

Penelope fa le stesse domande a tutti e lascia, da buona regista, che i vari testimoni si rivelino naturalmente, senza impedirgli di rovinarsi con le proprie mani. Al punto che se fosse partita con l’intenzione di infamare la scena, la regista non ci sarebbe riuscita così bene.

In tutto questo, i London sembrano una via di mezzo tra gli aspiranti illusi e i grandi veterani. Celebre resta la battuta di Grey per presentare la band: “noi siamo più che altro un gruppo di formazione e avvio al mondo delle rockstar”

In un certo senso rappresentano bene l’ibrido di cui sopra: ai tempi del documentario, i London venivano già da una lunga storia, ne avevano viste e vissute quanto i Poison o i Megadeth, ma in fondo, erano ancora degli outsider, degli eterni esordienti come gli Odin, ma senza le assurde illusioni “di farcela” di quei ragazzini.

Quando uscì “Don’t Cry Wolf”, nello stesso anno di “Decline II”, la casa discografica alle loro spalle non era più la Shrapnel Records ma una certa Metalhead Records. Il disco ottenne pure delle buone recensioni; ce n’è una entusiasta su Metal Shock n.2, con una previsione di grande successo per il gruppo da parte di Tiziano Bergonzi: “nel firmamento del rock mondiale è nata una nuova e rifulgente stella”. Oggi, riascoltandolo è chiaro che  “Don’t Cry Wolf”, per quanto fosse discreto, non poteva farsi largo in un mercato saturo di proposte simili. Anche se la misteriosa Metalhead avesse tentato sul serio di spingerlo a più non posso; cosa che del resto non fece assolutamente, a detta di Nadir, sarebbe stato un fiasco perché i London apparivano in tutto e per tutto, nella musica come nelle intenzioni, alla stregua dei tanti gruppi glam metal derivativi che uscivano ormai di continuo e di cui il pubblico iniziava a stancarsi.

“Don’t Cry Wolf non ebbe nessuna distribuzione. Sfortunatamente per noi, o dovrei dire fortunatamente, assumemmo Kim Fowley come produttore. Oltre a essere un grande artista e un ispiratore, aveva scoperto lui le Runaways. Era divertente starci assieme e per un po’, le registrazioni filarono bene, finché non si fece sentire la sua ipoglicemia. Da quella emerse la sua rabbia. Passava il tempo a tagliare giornali sul pavimento dello studio di registrazione e a raccontare storie. Intanto io, Lizzie e Brian, tentammo con tutte le forze di mandare avanti le cose. Lavorammo molto duramente al disco e per fortuna avevamo ad aiutarci Gene Meros come tecnico del suono, (Fair Warning dei Van Halen)”. – Nadir D’Priest

Paradossalmente, “Playa de Rock” è il primo album senza Lizzie Grey e il miglior disco dei London in assoluto. Uscì come l’esordio dei D’Priest su consiglio della Noise Records, che lo pubblicò. L’etichetta tedesca esortò Nadir a non usare il monicker London, cosa abbastanza sorprendente ma che in fondo la dice lunga su quanto quel nome fosse considerato dal mercato nella seconda metà degli anni 80.

Prodotto decentemente e suonato bene, purtroppo “Playa… non ha le canzoni, ma considerando la media di quel periodo, “It’s So Easy”; “Russian Winter” (già suonata dal gruppo nel documentario della Spheeris) e “The Wall (13-61)”, ripassati nella padella sfrigolante della nostalgia, oggi rappresentano un dignitoso repertorio e si fanno ascoltare con piacere.

Al tempo fu un tentativo molto pasticciato di rilancio che di certo non trovò molta fortuna.

“Avevamo un contratto discografico con un budget stabilito per il tour e sfortunatamente sbagliammo a scegliere chi avrebbe gestito i nostri concerti. Rimanemmo bloccati su un costoso tour bus a Denver, Colorado, dopo alcune date fatte praticamente intorno a casa del nostro tour manager, che era di lì. Intanto lui se la squagliò agli strip club del Mile High Club con il tour bus di Willie Nelson. Noi tirammo avanti per alcuni giorni in quel modo, poi ci dirigemmo in Arizona, New Mexico, Texas, Florida, ecc. Mentre eravamo al Sr. Buckets, scassinarono il nostro bus e rubarono circa 15.000 dollari in chitarre. Questo successe durante la nostra esibizione. Per fortuna avevamo degli amici in città e alle 5 del mattino del giorno dopo riavemmo indietro gli strumenti. Poi l’etichetta bloccò i soldi per continuare il tour e noi rimanemmo a New Orleans, nella hall allagata del vecchio hotel Landmark. Il nostro autobus era stato confiscato per mancato pagamento. Tutti i nostri averi erano lì sopra e finirono col mezzo in un deposito recintato. Il nostro tour manager era decollato nel cuore della notte per tornare a Denver, Colorado. Praticamente ci lasciò nel caos senza alcun preavviso o accordo. A questo punto la band entrò in modalità “abbandonare la nave”. Tutti cercarono di organizzarsi per tornare a casa sani e salvi. Tieni presente che uno degli autisti del tour bus era morto dopo aver lasciato il nostro autobus, diretto a casa sul vecchio autobus di MC Hammers. Sono successe così tante cose che non ci è rimasto altro che le nostre borse e un vecchio furgone che ho guidato fino in Texas finché non è rimasto senza benzina. Poi io e due roadie siamo arrivati in Arizona su un camioncino e da lì, dopo aver salutato e benedetti i miei compagni di viaggio, scesi a un incrocio della città di Flagstaff e aspettai che mi venisse a prendere un mio amico di nome Steve. Ancora non finì qui, ma ti risparmio il resto!” – Nadir D’Priest

L’album “Playa de rock” ormai risulta come terzo disco dei London. I D’Priest non so se abbiano avuto un seguito come band dopo quel tour. Il ritorno di Nadir e del batterista Alan Krigger, nel 2018, è targato sempre London. Nelle interviste promozionali, il vocalist parla con orgoglio del gruppo e della sua storia, lamentando però la mancanza di un management coraggioso che voglia prendere in consegna la band per una nuova serie di live in giro per il mondo. Eh, già…

Anche se Nadir D’Priest è un valido testimone dell’epopea dei London, il gruppo è passato sotto così tante esperienze che è difficile vedervi ancora un solo filo conduttore. Se ci pensiamo bene però, anche i Guns N Roses prima di congelarsi in quella che è considerata oggi la “formazione classica”, subirono un’infinità di cambi, al punto che “Appetite For Destruction” è più un lavoro creativo di un collettivo o una comune, anziché di un vero e proprio gruppo di cinque elementi.

Però l’epilogo di Nadir D’Priest e di Lizzie Grey è ben diverso da quello di Axl Rose e Izzi Stardlin.

Per i più i London sono ormai l’emblema del fallimento. Peggio degli Anvil, che gli usurparono il primato dopo il bellissimo documentario che tutti avrete visto. Eppure sono convinto che per raccontare la storia degli anni del metal di Los Angeles, basterebbe seguire passo passo la loro biografia. Verrebbe un film epocale. Erano in tutti i posti giusti, arrivarono prima di tanti, incontrarono e suonarono con i protagonisti della Storia peggio di Forrest Gump, dissero la loro al mondo, nel delirio del declino della civiltà occidentale e produssero anche qualche album oggi fuori catalogo. Sui documentari di VH1 sono stati ospiti fissi, guarda caso.

Meravigliosi, no?