Return to Jessica – Una retrospettiva dedicata a Let’s Scare Jessica To Death

In questo senso mi sono davvero aperto all’oscurità, per così dire, e l’ho lasciato entrare. La maggior parte delle volte la paura è una cosa onnipresente in termini di ciò che ha ispirato quelle emozioni alle persone. Sappiamo tutti che ci sono molte cose spaventate nel mondo. Certo, la paura può venire anche per qualcosa di specifico e personale, ma credo davvero che la maggior parte di noi abbia paura delle stesse cose. Ciò che spaventa qualcuno in America, spaventerà anche qualcuno in Bangladesh, se riesci a colpire quella nota collettiva come regista. La paura della morte, della violenza, della follia, tutte queste cose sono prevalenti e ognuna può farti paura. John Hancock

Ecco, citando il regista John Hancock posso dire che solo questo mi interessa di un buon film horror: essere spaventato. Non intendo il cosiddetto jump-scare, il bobosettete. Quella è una roba da bambini e nella maggior parte dei casi, l’horror di oggi, almeno del tipo prodotto dalle major, tratta il pubblico in modo infantile, ma non nella migliore accezione. Vale a dire non ripiegando sulle paure più nere e profonde dell’infanzia degli spettatori, no, cerca solo di divertirlo facendogli fare dei salti sulla sedia, piccole lavande gastriche di adrenalina, tra un pop-corn e una coca dietetica.A me invece piacciono i film dell’orrore che ti lasciano un senso di sgomento, di paura, inquietudine appiccicosa, nei migliori casi, non al punto di avere incubi terribili durante la notte, quelli dipendono più dalla dieta, ma da spingerti a non spegnere la luce quando  vai a letto, con grande riconoscenza della compagnia elettrica, che fa sempre il tifo per i registi horror, così come per gli scrittori dello stesso genere.

Io cerco nei film dell’orrore un motivo per guardarmi alle spalle quando attraverso un corridoio.

Perché? Non lo so.

Probabilmente c’è qualcosa di irrisolto dietro, e il film che ho visto mi aiuta a tirar fuori quella roba e affrontarla. Let’s Scare Jessica To Death è il genere di film di cui sto parlando. Mi ha spaventato a molti livelli e per questo è grande.

Cosa intendo?

Beh, prima di tutto mi scatena quel senso di smarrimento sospeso tipico del rumore che non ti aspetti o della voce in fondo alle scale che non dovresti aver sentito, visto che sei solo in casa.

Poi mi suscita un orrore più profondo, dove non è tanto la pelle d’oca la sensazione principale, ma qualcosa di più doloroso e triste.

Il sostrato più profondo di un grande horror è la tragicità umana.

C’è sempre una grande desolazione in una casa stregata, c’è sempre una profonda solitudine nello sguardo che ci fissa da una vecchia foto scolorita e un velo di rabbia per ciò che quella donna in fotografia non ha mai avuto o forse per via di qualcosa che le è stato tolto ingiustamente.

Pensate a come vi guarda la signora in nero del romanzo The Woman in Black di Susan Hill. In lei avvertite odio ma anche una fame di giustizia.
Dietro i massacri texani, le stragi durante la notte di Halloween o le mattanze intorno a un camping lacustre abbandonato, c’è sempre una tragedia avvenuta per colpa di qualcuno.

Dietro le maschere di quegli assassini giganteschi, ci sono bambini abusati, traditi, abbandonati a un destino crudele. Non ho mai creduto che dietro la voglia di immedesimazione che gli adolescenti degli anni 80 manifestavano per i mostri come Jason o Faccia di cuoio ci fosse il desiderio di compiere omicidi.

Secondo me era qualcosa che faceva più leva sulla sofferenza e la brutale voglia di giustizia di quegli esseri deformi, menomati, respinti dalla società. Un vero fan dell’horror è uno che sa cosa significa sentirsi diversi, espulsi, evitati.
Quindi perché dovrebbe parteggiare per i ragazzi fighi del liceo, visto che lui era trattato da loro con disgusto e crudeltà?

Ho sentito che questo non solo ha dato al film un’interessante tensione in termini di benessere e relazione, ma gli ha anche dato un’inconfondibile qualità di tristezza. Tanto che penso che Let’s Scare Jessica To Death possa essere considerato una tragedia. John Hancock

Let’s Scare Jessica To Death ha avuto un riscatto di critica e pubblico solo negli ultimi quindici anni. Un po’ come Messiah Of Evil, assai vicino anche per alcuni temi, o The Slayer, il film di Hancock non è praticamente esistito nella cultura horror-pop degli anni 70 e 80.

Se parliamo di quei decenni, dobbiamo citare gli zombi di Romero, Michael Myers, Jason e tutta la sfilza di slasher-movies, Freddy Krueger e Evil Dead, ma attenzione a non commettere errori storici. Per dire, Non aprite quella porta iniziò davvero a circolare culturalmente, almeno in Italia, solo nei primi anni 90.

Molti dei film che oggi citiamo pensando di glorificare un certo decennio, in quel decennio erano stati sì realizzati, ma distribuiti male e chiacchierati più che visti davvero.

Let’s Scare Jessica To Death è immerso nella “seventitudine” e oggi qualsiasi giovane e talentuoso regista come Ti West, per dirne uno, farebbe di tutto per ricalcare quei colori, i vestiti, l’atmosfera del film di Hancock, ma la verità è che nell’immaginario di quel decennio e del successivo e di quello dopo ancora, quasi nessuno creò storie di vampiri e spettri, rifacendosi al validissimo esempio di Jessica. Il suo autore era noto al tempo per Batte il tamburo lentamente, film che lanciò il giovane Robert De Niro.

Da noi in Italia Teo Mora cita Jessica in La storia del cinema dell’orrore 2 (Fanucci) ma senza esprimere giudizi; Morandini non lo menziona proprio nel suo dizionario. All’estero, Stephen King lo inserisce tra i film migliori del genere in un’appendice del saggio Danse Macabre (Thoeria) e lo scrittore Kim Newman ne parla benissimo sempre in un altro libro degli anni 80, Nightmare Movies, sottolineando un suggestivo parallelo tra il film di Hancock e Images di Robert Altman, nell’uso dello scenario autunnale come metafora del decadimento mentale della protagonista.

Al tempo, Hancock sostiene che Rod Serling, autore di Twilight Zone, parlasse benissimo del film nelle università dove andava a conferenziare. Ma va beh.
Jessica oggi è preda di grandi letture ed entusiasmanti riscoperte critiche, e va bene, così.

Forse ora siamo in grado di capire il film fino in fondo e di apprezzarlo sul serio, ma dobbiamo anche tener presente un fattore nostalgia che trasforma un lavoro del 1971 in qualcosa di valido per ragioni ulteriori a quelle che avrebbero potuto legittimare un giusto responso nel periodo in cui uscì e che la critica salutò con pareri alterni e in ogni caso, senza grandi entusiasmi.

Nonostante l’uscita in VHS del 1984, il film è caduto nell’oscurità ed è stato difficile da trovare fino a quando non è arrivato su DVD nel 2006 e poi su Blu-ray nel 2019.

Sto parlando del fascino del vintage.

Il mondo di Let’s Scare Jessica To Death è fatto di alberi spogli, vecchie case coloniali, frutteti pigri e laghi silenziosi. Si finisce lì dentro e non si vuol fuggire da quel mondo come fa la protagonista dall’inizio del film.

È rassicurante e confortevole per uno spettatore di una certa età vedere il volto buono e vibrante di Zohra Lampert che si rivolge a coloro che sono morti nella vecchia casa in cui è andata ad abitare.

È struggente l’autunno nebbioso e ventilato che da il benvenuto a questo piccolo gruppo di spiantati dalla città in cerca di pace, amore e tranquillità nella vita contadina.

C’è proprio tutta una fascinazione che va oltre i meriti di un film che voleva seriamente inorridire il pubblico, pur partendo da una sceneggiatura che era stata pensata per parodiare sia il movimento hippie agli sgoccioli che il genere horror con i mostri.

Il film di Hancock è una critica abbastanza cosciente dell’America di quegli anni, tra Watergate, Charles Manson, Altamont e le morti dei leader di una rinascita sociale che sembrava possibile e che alcuni misteriosi proiettili da direzioni inspiegabili hanno reso impossibile.

Ma è soprattutto un lavoro sulla follia.

Jessica è reduce da un grave esaurimento nervoso. La ragione del trasferimento in campagna è per dare a lei la possibilità di recuperare davvero dopo un terribile crollo nervoso, cosa che nel mondo metropolitano in cui lei e il marito Duncan vivono, è giudicata impossibile da fare.

Purtroppo l’idea che nel placido mondo di provincia la vita sia più semplice e che l’odore dei frutteti e della merda di gallina risultino balsamici contro le nevrosi moderne, è un’illusione.

Jessica stenta a mantenere il precario equilibrio e noi viviamo tutta la vicenda dal suo punto di vista, quindi ci troviamo nella classica situazione del narratore inaffidabile, di cui Henry James diede l’esempio definitivo con The Turn Of The Screw.

Hancock si ispira di certo a quel romanzo breve oltre che a Carmilla di LeFanu e al film di Robert Wise tratto da La casa degli invasati della Jackson. Il fatto che venga associato a Carnival Of Souls, altro film che visse due volte e il totemico The Night Of The Living Dead, dimostra quanto il modo di concepire l’horror come un cammino cronologico progressivo fatto di capolavori consolidati, sia fallace.

Ce lo spiega lo stesso Hancock.

È vero che Carnival Of Souls e Night Of The Living Dead vengono menzionati in relazione a Jessica, ma non ho visto nessuno dei due film prima di fare il mio. In effetti, quando alla fine vidi La notte dei morti viventi qualche anno dopo, non mi piacque per niente. Francamente l’ho trovato rozzo e pesante e ancora non mi diverte. Non voglio offendere o sgomentare qualcuno dicendo questo. Sicuramente apprezzo il fatto che molte persone considerino quel film importante e influente; sto semplicemente affermando che non era nessuna di queste cose per me.

Il discorso della nostalgia suscitata da film come Jessica è provato dai video su you tube in cui alcuni avventurosi turisti, vanno a far visita, dopo cinquant’anni, alle location del film, mostrando come gli stessi scenari, le medesime stanze, siano state divorate dalle fauci implacabili del tempo, i cui pasti sono sempre conditi dall’egoismo e l’avidità degli uomini.

Vedere quei posti così in declino, con indizi degli anni ormai lontanissimi a cui risalgono le riprese del film, comprova quanto poi nasca negli spettatori di oggi, effettivamente i veri e unici grandi innamorati di questo film, un senso di appartenenza, di affettuosità feticistica per la patina temporale che si è formata dopo tanti anni, non solo per i contenuti del film.

Il film di Jessica è un buon rifugio per cuori solitari. Vi si trovano sì degli spaventi ma anche tanta malinconia e un senso di umanità nell’accezione più poetica e patetica. La povera Jessica vittima di una congiura? Pazza e lasciata a se stessa? O forse l’unica in grado di vedere davvero la realtà, proprio in quanto squilibrata rispetto alla visione media che tutti abbracciamo?

La schizofrenia latente in Jessica le permette di percepire i fantasmi o i fantasmi sono solo frutto della schizofrenia?

Emily è solo stramba (cit) è una hippie e quindi crede un po’ agli spiriti, all’oroscopo, alle altre dimensioni, così come crede che l’amore salverà il mondo. Ma in quel suo discorso c’è un’ambiguità che pare invece voler stuzzicare Jessica sul suo precedente esaurimento.

Ma perché il vampiro gioca al gatto col topo con Jessica? Perché dal punto di vista di un fantasma colpevole lei è pericolosa. Lei percepisce l’oltre. La follia, fuggita, negata, isolata e cancellata, è la porta verso il soprannaturale che la porta della ragione ha deciso di negare e chiudere fuori. I pazzi sono da nascondere, rappresentano dei pericolosi tramite in grado di riportare nel nostro mondo i vampiri e i fantasmi veri.