Gli Alcest vogliono farvi stare meglio

C’è chi dice che siano stati gli Alcest a inventare il blackgaze metal, vale a dire il mix di post-rock (shoegaze) e black norvegese. Per la verità sono tra i massimi responsabili di questa iattura e quindi andrebbero processati per il profondo dolore che hanno inflitto a centinaia di poveri recensori, costretti a sorbirsi progetti su progetti di questo tipo. Personalmente non mi sono ancora ripreso da Winter dei Fen e mi ero ripromesso di non avvicinarmi più a robe simili, ma leggendo del nuovo disco degli Alcest ne sono rimasto intrigato, nonostante gli sforzi affabulatori delle penne specialistiche, incapaci di esprimere qualcosa che somigli a una vera passione per ciò di cui scrivono.

Ebbene, Les chants de l’aurore non è solo molto bello ma anche capace di trasvolare i confini e conflitti (come si intitola una bella raccolta di racconti di Kipling) dei sottogeneri metallici. Soprattutto è un album estremo che invece di sommergermi di panteismi, filosofismi, simbolismi e farmi venire un’emicrania, mi ha provocato un senso di sollievo interiore.

Potete immaginarlo? Un disco metal che ha come intento quello di lenire le nostre ferite e non di tirarci sopra manciate di sale; un lavoro che invece di coprire la nostra rabbia con una melassa di ritmiche forsennate e urla gutturali di ultima generazione, la trasforma in energia reattiva e ci cambia la camminata.

Ho sempre amato l’heavy metal per questa specifica ragione. Da ragazzino mi riempiva il petto di coraggio. I suoni, le melodie e i ritmi avevano la capacità di sconvolgere il mio passo di marcia. Trasformavano la malinconia che avevo dentro in qualcosa di tragicamente sublime e persino epico. Les chants de l’aurore fa questo. Ci offre la possibilità di fare qualcosa con le nostre emozioni. Se siamo costipati per una recente perdita, piangeremo come lattonzi; se siamo stanchi di sentirci soli, grazie a brani tipo L’Adieu ci sorprenderemo a cercare sguardi intorno a noi, sorridere e fare ciao con la manina.

Les chants de l’aurore sembra più una bizzarra evoluzione dell’AOR in chiave mistica. Personalmente sono rimasto stregato da Améthyste, per le melodie ispirate di Neige e il lavoro di batteria di Winterhalter. Se c’è una cosa che non amo del blackgaze è il senso di piattezza delle composizioni. Sembrano andare avanti e avanti in modo robotico, meccanico e questo sovente accade perché dietro i ritmi non c’è un uomo, ma un programma. Questo batterista rivitalizza le tracce e scuote con possenza l’andirivieni marino delle melodie, dei fraseggi, delle luci e le ombre, in una spumosa e frizzante emersione di ninfe, sirene o quel che volete.

Les chants de l’aurore è il tipo di album che spinge un metallaro a tirar fuori il suo barocchismo poetico, cosa che io vi risparmierò. Godetevelo, è notevole.