Terreno scivoloso, oleoso (come i muscoli guizzanti cosparsi di tale liquido nelle foto dei quattro guerrieri in peluche), è sempre quello relativo alla band, amata, odiata, venerata e derisa, in percentuali variabili. Personalmente ne apprezzo la parte musicale dei primi album, poi mi fermo. L’immagine, l’attitudine, i testi, sono di quanto più lontano dal mio modo di pensare, ma è indubbio che le canzoni le sapevano scrivere e bene (una volta, ora no). Tra gli album che prediligo e che ascolto di più c’è sicuramente il controverso “Fighting the World”, quindi è arrivata l’ora di sezionarlo, guardarlo da dentro e da fuori e parlarne diffusamente. Quando si affronta questo lavoro bisogna prima di tutto riconoscere che il disco del 1987 non vive in un vuoto storico, ma rappresenta l’esito di una progressione, e al tempo stesso una rottura, rispetto alla poetica manowariana che aveva preso forma nei primi due album e poi si era espansa con la furia barbarica di “Hail to England” e con la monumentalità sacrale di “Sign of the Hammer”.
È un’opera che nasce già carica di tensioni interne: da un lato il desiderio di consolidare una mitologia sonora e testuale, dall’altro la pressione del contesto musicale di metà anni Ottanta che spingeva verso produzioni più levigate, strutture più immediate, brani dalla presa più universale, quasi radiofonica, pur senza tradire l’essenza guerriera della band. Così, mentre il pubblico europeo della band sognava un nuovo “Gates of Valhalla” o un’altra cavalcata eroica alla “Kill with Power”, la band affilava la propria arma più potente: la consapevolezza che il metal non era solo un genere ma un apparato simbolico, una narrazione identitaria che poteva essere declinata anche in forme più dirette, persino più semplici, senza perdere l’aura mitopoietica, ovvero l’arte di creare miti.
È proprio in questo interstizio che si colloca “Fighting the World”, un album che vive di contrasti. La sua produzione lucidissima, spianata, controllata in ogni dettaglio, mostra un netto distacco rispetto al suono più ruvido, quasi granitico, dei dischi precedenti. La compressione delle batterie e il timbro scintillante delle chitarre testimoniano la volontà di inserirsi pienamente nel decennio, di dialogare col linguaggio sonoro dell’hard & heavy dell’epoca pur mantenendo un nucleo infuocato che rimanda al primo “Battle Hymns”.
In più di un’intervista Joey DeMaio ricordava come, in fase di mixaggio, la band avesse richiesto un volume e una potenza sonora persino fuori scala, al punto che l’ingegnere del suono si disse convinto che continuare su quella strada avrebbe significato letteralmente fondere le apparecchiature. È un aneddoto che suona quasi caricaturale, ma chi conosce la retorica dei Manowar sa bene quanto la dimensione dell’eccesso sia parte integrante della loro identità. Paragonato ai capitoli precedenti, “Fighting the World” segna una svolta anche sul piano testuale. Se nei primi dischi la band aveva costruito un immaginario a metà tra la mitologia nordica, il fantasy eroico e una sorta di epica barbarica di cartapesta, ma fiera della sua teatralità, qui la scrittura tende a diventare più immediata, più assertiva, meno simbolica e più dichiarativa.
È come se la band avesse deciso che fosse arrivato il momento di tradurre in slogan ciò che prima raccontava in forma di mito. L’esempio più evidente è proprio il brano d’apertura, “Fighting the World”, che non possiede la complessità narrativa di un “Secret of Steel” né la tensione mitologica di “Blood of My Enemies”, ma preferisce una dimensione quasi paradossalmente popolare, in cui l’epica non è più evocata bensì proclamata. È una scelta stilistica consapevole, non un impoverimento: la band stava ridefinendo il lessico del metal, rendendolo un codice di appartenenza immediatamente riconoscibile, un inno alla comunità dei “true metal warriors” che aveva radici profonde nei live, nelle fanzine, nel culto fanatico intorno al gruppo. Eppure proprio questa scelta provocò un po’ dello scontento iniziale: una parte del pubblico, quello piu “tvue” ritenne l’album troppo commerciale e lo rifiutò.
Lo fece non tanto per la struttura dei brani, che in molti casi conservava la forza del passato, quanto per la percezione che la band stesse flirtando con un immaginario troppo vicino a quello di MTV e del glam metal. Il caso emblematico è “Blow Your Speakers”, un brano che oggi risuona come una divertente autocoscienza metalinguistica, una sorta di parodia gloriosa della battaglia tra metal e media, ma che nel 1987 destabilizzò una frangia di ascoltatori. Non erano i contenuti a scandalizzare, ma il fatto che avesse un videoclip, che fosse “orecchiabile”, che potesse piacere anche a chi non apparteneva alla confraternita del metallo più duro. I Manowar stessi, pur dichiarando di combattere la supremazia televisiva, finirono per usare quello stesso strumento, ed è proprio in questa tensione fra ideologia anti-mainstream e desiderio di affermazione totale che si inserisce il giudizio ambivalente dei fan. Alcuni lo celebrarono come un grido di guerra contro la cultura pop dominante, altri videro nell’operazione una sorta di compromesso, una frattura rispetto al radicalismo quasi ascetico dei lavori precedenti.
Ma ridurre “Fighting the World” a questo dibattito sarebbe limitante, perché l’album contiene anche momenti di altissima drammaturgia, come l’intensa reincarnazione di “Defender”, registrata anni prima ma riproposta qui con la voce di Orson Welles, ormai vicino alla sua ultima apparizione pubblica. Rispetto alle narrazioni epiche di “Dark Avenger”, con cui forma una sorta di dittico spirituale e sonoro, “Defender” amplifica il pathos attraverso una struttura narrativa più intima: è il dialogo tra un padre e un figlio che diventa allegoria dell’eredità morale e del destino eroico. L’inserimento di Welles, che accettava con curiosa complicità questi ruoli narrativi borderline, dona un’aura quasi cinematografica al brano. È una forma di epica nuova, più lirica, più interiore, che segnala una maturazione rispetto alla narrazione mitologica degli album precedenti. I Rhapsody molti anni dopo eseguiranno un “copycat” con il brano “The Magic of the Wizard’s Dream” del 2005 ospitando Christopher Lee alla narrazione. Omaggio o furto di idee? Ai posteri l’ardua sentenza.
Accanto a questi momenti lirici, l’album mantiene un’anima marzialmente aggressiva, evidente in brani come “Violence and Bloodshed” e soprattutto nel finale distruttivo di “Black Wind, Fire and Steel”. Quest’ultimo è un ritorno a quella velocità furibonda che caratterizzava la band in brani come “Fast Taker” o “Kill with Power”, ma qui la furia è fusa con una produzione più moderna e con una vocalità di Eric Adams portata a livelli quasi sovrumani. Non dimentichiamoci che la sua estensione vocale è oltre le quattro ottave, e qui le sfora sicuramente. È come se, alla fine del percorso, i Manowar volessero ricordare al mondo che, qualunque fosse il giudizio sulla presunta “commercialità” del disco, il cuore pulsante del loro metal era ancora lì: violento, titanico, e intriso di quella retorica dell’iperbole che li aveva sempre distinti. Il confronto con i dischi precedenti rivela con chiarezza la natura ibrida e insieme identitaria di “Fighting the World”.
Se “Battle Hymns” e “Into Glory Ride” rappresentano la fase eroico-ascetica della band, dura e quasi dottrinale, e “Hail to England” porta quell’epica verso un picco di fervore mitico con una produzione ancora grezza e brutale, “Fighting the World” si presenta come la trascrizione moderna di quella stessa mitologia. È come se il mondo, nel frattempo, si fosse evoluto, e i Manowar avessero deciso di usare le armi del presente per continuare una battaglia iniziata negli anni precedenti. Così l’album diventa una soglia: da un lato raccoglie l’eredità dei grandi inni epici del passato, dall’altro apre la strada a ciò che diventerà il linguaggio più spettacolare e teatrale di “Kings of Metal”, per chi scrive l’ultimo album della fase di splendore. Questo spiega perché “Fighting the World”, pur contestato da alcuni fan dell’epoca, abbia acquisito col tempo una posizione centrale nel canone manowariano.
Non è solo un disco di transizione, né solo un esperimento di produzione moderna. È un’opera che definisce un’ideologia: quella della purezza del metal come atto di resistenza, della comunità dei fan come confraternita tribale, della musica come liturgia epico rituale. La sua apparente semplicità nasconde un dispositivo narrativo consapevole, un modo per rinnovare l’epica adattandola al decennio in cui nasce, senza tradire il nucleo mitico che la band aveva costruito, tra spadoni, muscoli, proclami e strizzate d’occhio all’estetica di Conan il Barbaro.
E se negli anni il dibattito sulla sua “commercialità” è diventato una nota quasi folkloristica, per fortuna, ciò accade perché “Fighting the World” ha dimostrato di possedere una natura doppia: è al tempo stesso un atto di sfida e una rifondazione, un ponte tra la ferocia del passato e la teatralità monumentale del futuro. È un disco che, proprio grazie alla sua ambivalenza, continua a vivere, a dividere, a generare interpretazioni, a farsi rito e mito, voce e clangore, parola e acciaio. Se per qualcuno questo disco fù tradimento, annacquamento, non oso immaginare cosa possa provare oggi, alla luce degli abomini che i quattro “Flagelli di Dio” hanno prodotto, trasformandosi davvero negli sgangherati guerrieri cinematografici di Abatantuono e seguaci.

