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Francesco Ceccamea

Recensioni Supernatural Horse Machine

BARONESS THE METAL BAND

 
Uno degli album metal più belli in assoluto dell’anno appena trascorso è “Yellow & Green” dei Baroness. 
Come dite? Ah, non è metal? Beh, vi sbagliate, cari miei. 
Perché Rientra nell’appassionante categoria metal: “dischi non metal di band metal”, che per quanto possa farvi storcere il naso, è sempre meglio della categoria “dischi metal di band non metal”: di questi ne volete alcuni esempi? “Terremoto” dei Litfiba, i due lavori dei Tim Machine, il primo album di Gene Gnocchi, quasi tutto quello che hanno fatto i Good Charlotte e i My Bloody Valentine… insomma, devo continuare o vi basta? Continua a Leggere
Articoli Interviste Sdanghere

INTERVISTA A VINZ BARONE! DA HM A THUNDER PASSANDO PER UNA PERVERSIONE CHIAMATA NORMALITA’


0 – Nome completo?
Vincenzo Barone (tutto qui, semplicemente)
 
1 – Riviste musicali in cui hai lavorato?
H/M e Thunder, ovviamente, ma ho collaborato con Ciao 2001, Music, Hallò, Rockissimo, DDMgagazine, Blu e per un breve periodo con un giornalino delle edizioni Cioè che si chiamava Joint ed in cui curavo una paginetta di metal… Continua a Leggere
La Truebrica del fantino Recensioni

VOGLIAMO PORCELLAME POLLUTTORIO AUTENTICO – CRASHDIET (THE SAVAGE PLAYGROUND)

 

Riesumare l’hair metal? Benissimo, ma chiunque lo faccia ha l’obbligo morale di restituirgli una dignità, levargli la patina e la prevedibilità che verso la fine degli anni 80 portò alla sua momentanea estinzione e restituirgli la ruvidezza degli esordi, il cuore punk, il dark necrofilo dei primi tempi.
I Crashdiet con questo disco in parte ci riescono. Non sono ai livelli del grandissimo “Slave To The Grind” degli Skid Row, ma graffiano, pestano e a parte quattro o cinque riempitivi di troppo (14 canzoni per un disco rock’n’ roll sono troppe e una cernita forse ci avrebbe dato qualcosa di più cazzuto e massiccio per cui ora ci spenderemmo in logoranti entusiasmi logorroici) in fondo ci sono sei o sette brani davvero buoni, al punto di farci superare il fastidioso revivalismo bonario e furbetto che ha invalidato la maggior parte dei dischi di Tobias Sammet e i suoi Edguy.

I Crashdiet potrebbero fare tanto di più e io mi impegnerei a benedire ogni convento con il loro viscido nerbo se ci mostrassero una volta per tutte la vera dissolutezza, il porcellame polluttorio e non le finestrelle di decadenza perfettina, stantia, tradizionale dei vecchi L.A. Guns. Insomma, nel 2013 non è più tutta ‘sta gran suggestione intitolare un pezzo “Garden Of Babylon”, brano piuttosto lungo ma potente e gagliardo, messo ingiustamente verso la fine perché forse costoro confidano nella pazienza di recensori e fan, ma dovrebbero saperlo che se non si infilano subito i bocconi migliori, si rischia di veder tornar indietro i prelibati dessert e tutta la cena si giudica per le abbondanti dosi di stufato insipido e fettuccine stracotte.
 
 
Forse l’esempio culinario non calza benissimo ma non me ne fotte molto, credo lo stesso di avervi reso l’idea. “Babylon” è in buonissima compagnia: “Drinking Without You” e “Damage Kid” sono squisite leccornie che avrebbero meritato posti di maggior rilievo in scaletta. Vi consiglio di tenervi leggeri sugli antipasti e i primi se non volete arrivare al clou satolli e vagamente disgustati.
Insomma, possibile che questi ragazzi, con la forza e gli ormoni dalla loro non mettano pepe vero nelle composizioni? Dov’è il proibito, la meschinità, il fetore di un pertugio gonorroico? “Snakes In Paradise” ci conduce dalle parti dei Motley Crue di inizio 90, ma Vince Neil e Nikki Six erano davvero rettili in un asilo, mentre questi tizi sembrano descriverci il vizio, la malvivenza spinta più per sentito dire che altro.
Che cosa ci sarà da dire ancora con una canzone intitolata “Sin City”? Ma cosa devo vedere, le luci rosse? Le ballerine con il tanga che fanno su e giù davanti a un grassone sudato neanche fossimo in un episodio di “Law & Order”?
 
 
Molto meglio “California” che per quanto non dica nulla di speciale è pur sempre una canzone cupa e robusta, con unghie lunghe e sporche che ci aprono le labbra in una smorfia sordida e ci tengono la testa, spingendola avanti e indietro per la gioia dell’uomo invisibile. Ritornello meraviglioso dagli echi pop negroidi alla Will Smith, ma ci passiamo sopra perché funziona che è una bellezza. E poi c’è “Cocaine Cowboys”che ha tiro e rancidume quanto basta per lasciarsi andare alla visione di qualche bel vaccaro che balla pieno d’olio su un tavolo da biliardo. “Sì, bello, dimena quel culo. Sei così pieno di coca che scoperesti un alano chiamandolo con il nome di tua madre!” Eccolo il Rock ‘n’ Roll, quello vero, che ti fa stringere le mani sul volante e gonfiare il petto, rizzare i peli e abbandonarti a immagini apocalittiche di animali vermiformi che escono da tubi di scappamento svestendo preservativi color fragola… Ok, esagero, ma il punto è che questo poteva essere davvero un disco di fottuto rockenroll come non se ne fanno più da troppo tempo. I Crashdiet ci riescono più o meno, ma lasciano troppo gioco alle vecchie combinazioni di accordi e melodie delle decadi scorse, in modo blando e senza poterselo permettere. Non hanno scritto “Shout At The Devil” o “I Wanna Rock”, a livello della storia del Rock non sono ancora nessuno, ma si comportano già come dinosauri che non hanno più nulla da dimostrare e chissà quale patrimonio sonoro da amministrare; tipo i Gotthard, con la differenza che due robacce insulse come “Got A Reason” o “Lickin’ Dog” gli svizzerotti non se le permetterebbero nemmeno.
(Francesco Ceccamea)  
Furia Cavallo del Nord Recensioni

VETTER – DOPO IL RADIKULT ECCO IL VETTERKULT

 
C’è qualcosa di masochistico nella passione per l’heavy metal. Amiamo farci male con un tipo di musica aggressiva, cupa, suonata a volume altissimo e che la maggior parte della gente trova inascoltabile oltre che pericolosa per l’udito e la mente. Anche tra noi folli metallari però ognuno ha una certa soglia di tolleranza. Ci sono quelli che non riescono ad andare oltre i Mastodon e quelli che arrivano fino alle colonnine d’Ercole dei Testament oppure c’è chi tollera gli Obituary ma non i Mortician e chi chiede di più, sempre di più. I Vetter sono quel di più.  Continua a Leggere
La Truebrica del fantino Recensioni

VOIVOD “TARGET EARTH” SECONDO ALESSANDRO ARIATTI

Dura, durissima riprendersi dalla prematura scomparsa di Denis “Piggy” D’Amour, il chitarrista che, con le sue sfuriate cibernetiche aveva, forse più di ogni altro membro posto il sigillo di riconoscibilità su un sound unico e peculiare come quello dei Voivod. I “terroristi del suono” canadesi sono artefici di alcune delle più importanti metal extravaganza degli anni ’80, “Dimension Hatross” e “Nothingface” in primis. Come i loro ex compagni di etichetta Celtic Frost, ma in modo completamente diverso, i Voivod erano in grado di spostare gli orizzonti del metal qualche centimetro più in là dell’umanamente noto. Chi vedeva nel loro mix sonoro delle primordiali iniezioni di punk mutante, chi li catalogava nel filone techno-thrash, chi li candidava a eredi dei Killing Joke. Tutte balle, la verità è che lo stralunato Away ed i suoi degni compari “usavano” tutte queste influenze a proprio piacimento, trasformandole in qualcosa di inedito e completamente “alieno”. Ecco perché a volte, come nel caso del lineare e sommariamente Rush-oriented “Angel Rat”, l’intrinseca bontà della musica veniva oscurata dalla mancanza del colpo di genio che sempre ci si attende dai “lunatics” (pazzoidi) della situazione. Dopo la parentesi più “estrema” vissuta col bassista/vocalist Eric Forrest, che aveva comunque dato frutto al magnifico “Phobos” (su “Negatron” non sarei altrettanto entusiasta), la band ha cercato di tornare agli schizofrenici schemi stilistici della seconda metà degli Eighties, riuscendo onestamente a centrare l’obiettivo solo in parte. Continua a Leggere
Articoli Le Sdanghere di Sdenghere

LE SDANGHERE DI SDENGHERE – EDWIGE FENECH

La belle Edwige il destino ce l’aveva scritto nella carta d’identità, nata a Annaba (Algeria), detta Bône sotto la dominazione francese, italianizzata in Bona. Pure la Fenech l’abbiamo italianizzata (la mamma era siciliana) e dunque, bona per bona…. Calambour a parte, la Fenech è indiscutibilmente un capolavoro di donna, magnifica, per usare una nota formula: “ha popolato i sogni” di molti uomini per molte generazioni (e ancora continua a popolarli). Continua a Leggere
La Truebrica del fantino Recensioni

L’ENTUSIASMO DEGLI HELLOWEEN! STRAIGHT OUT OF HELL!

 

 
Quando gli Helloween si ripresentarono con l’ex cantante dei Pink Cream 69 nessuno avrebbe scommesso su di loro, specie dopo un disco ambivalente come “Master Of The Rings”, dove a brani potenti e ispirati in puro stile power (tipo “When The Rain Grows” e “Sole Survivor”) si alternavano canzoncelle alleger degne di una sagra tirolese. “Perfect Gentleman” e “The Game Is On” in realtà erano irresistibili siparietti di hard rock crucco spensierato ma drammaticamente fuori luogo nel plumbeo 1994 dove persino la più autorevole delle party band, i Motley Crue, se ne uscirono con il secondo miglior disco della loro carriera disconoscendo se stessi e rivelando un’anima dark, cupissima e profonda.

Amai quel disco degli Helloween, “Master Of The Rings”, dico. Devo averlo sentito così tante volte da poter indovinare quante volte si ripete il riff ossessivo di “Mr.Ego”; capolavoro ostico che gli Helloween elessero provocatoriamente a singolo, traendone un video degno degli Alice in Chains, e che girò almeno un paio di mattine domenicali su Videomusic, facendomi cadere dal letto.
Tutto questo preambolo per dire che c’è stato un tempo in cui io amai gli Helloween e soffrii insieme a loro. Nel 1994 suonavano davanti a poche centinaia di persone e dopo il concerto scendevano in mezzo ai fan incalliti a farsi una birra e firmare due o tre autografi. Erano finiti. Così dicevano tutti. Non sto qui a dire che “Time Of The Oath” e “Better Than Raw” siano album fondamentali della storia del metal, ma due ottimi esempi di metallo tradizionale sì, con alcune canzoni splendide e una indiscutibile progressione: un’evoluzione nei suoni (sempre più pesanti) e una crescita costante nella scrittura dei brani e nella coesione generale da parte della band, sempre più… band!
Oggi siamo nel 2013 e gli Helloween hanno un nuovo disco da promuovere. Uno dei tanti, troppi album congedati con fare serafico dopo “Better…” e varie defezioni superate con eccessiva spavalderia.
 
 
Si intitola “Straight Out Of Hell” e non è proprio un gran disco.
Nel senso che ripete in modo sempre meno convinto le solite due o tre cose. I detrattori mi diranno che loro lo sapevano ancora prima che la band di Amburgo, ormai in buona parte trapiantata a Tenerife, entrasse in studio a sprecar soldi e tempo. Però cazzo, io mi aspettavo almeno una cosa decente, invece questi neanche ci provano più. 
Qualche velleità progressiva posta all’inizio, “Nabataea” per approfittare della buona disposizione d’animo da parte del pubblico fresco d’orecchio. “World Of War” è un pezzo power classico dal ritornello che si canterà tutti in coro al prossimo tour e che riprende la melodia di “Forever As One”, mettendogli sotto l’acceleratore, tanto non se ne accorge nessuno. Se fossi un fedele fan degli Helloween, uno dei cinque che ancora compra i dischi originali, mi sentirei insultato perché questi qui mi trattano come fossi un vecchio zio rincoglionito che al pranzo di Natale, in attesa di ricevere la paghetta, viene spazzolato dai nipoti ruffiani che pensano basti rifilarmi le due solite frasette carine per procurarsi il budget e andarsi a spaccare su un tavolo da poker per il resto della notte. 
Terzo pezzo? Il singolone, ovvero una specie di serenata di training autogeno che Deris si concede praticamente in ogni disco. Una roba tipo “Io ho il potere, ho la forza, ho le palle ellallallà” oppure “Io posso, ioooo posso, iiiioooo posso” e qui invece esorta tutti noi con il classico e dannosissimo esortazio dell’Orazio: Carpe Diem, eddai cazzo! “Live Now!”, dal ritornello davvero fico, devo concederlo, vuole metterci addosso un’energia che i nostri corpi tarati dalla depressione espellono con le successive orazioni dentali. Il resto del disco è così così. Ci sono alcuni episodi interessanti “Wanna Be God” “Waiting For The Thunder” e “Asshole” che nell’assolo sembra uscita da “Bad Bad Bad Girls” dei Fastway e qui chiedo a Benbow di accertarsi immediatemonte che io stia dicendo il vero o una castroneria presenile! Poi ci sono dei momenti che sembrano gli Stratovarious e forse questo dice molto più di tutto il resto che ho detto sopra… 
Eeeeeeeeh! Permettetemi di sospirare, cari amici degli Helloween.
Sinceramente, lo dico senza voler offendere o provocare nessuno ma in questo disco si avverte un senso di spossatezza che mette a disagio. Senilità?
Senilità. Diciamo un po’ così.
Persino la ballad non è niente di speciale, a partire dal titolo “Hold Me In Your Arms”. È tutto così fiacco, blando. Insomma questa gente si annoia e vi odia tutti, ecco cosa sembra. Immagino la faccia di Weikath che cola bile dagli occhi pesciolosi verso lo zoccolo duro del proprio pubblico, sempre lì a chiedere un altro inno alla vita e alla resistenza coatta. Che poi gli Helloween ci provano a scrivere cose positive, allegrotte e ottimistiche, tirolesi ancora, ma non c’è la tensione, la provocazione. Questi suonano metal come un impiegato sbriga le sue pratiche da vent’anni, pensando al fine settimana lontano, il culo della collega e il telefilm del dopocena. Però sono punti di vista, per esempio l’illustre Sandro Buti ne è entusiasta e sull’ultimo Metal Maniac gli concede un grassissimo 8; anche se non riesco a capire perché… eppure lui lo spiega. Sono io che non ricevo.
(Francesco Ceccamea)
La Truebrica del fantino Recensioni

PASSEGGIANDO PER I CIMITERI CON GLI ENTOMBED

Mi ricordo la prima volta che riuscii a rimanere in piedi davanti alla tv fino a mezzanotte senza che mia madre mi rompesse i coglioni. Era per vedere la trasmissione di Videomusic dedicata all’heavy metal. Non si chiamava ancora “Sgrang”, ma “Hard ‘n’ Heavy” e come sigla aveva “Jesus Christ Pose” dei Soundgarden mescolato con l’inizio di “The Unforgiven” e, anche se non sembra a dirlo così, era proprio una ficata.  Continua a Leggere